Lo scenario macroeconomico del mese di luglio registra una crescita del dato relativo al mercato del lavoro negli USA. A migliorare non è solo la creazione occupazionale, ma anche le pressioni salariali. Sembra esserci ancora del margine per l’arrivo di nuove persone sul mercato del lavoro prima che si presentino pressioni inflazionistiche.
 
In questo contesto la FED ha rialzato per la settima volta i tassi di interesse, portando il limite superiore ai FED Funds al 2%, ma ha iniziato a mostrare qualche segnale di moderazione.
La FED comincia a ragionare su come attenuare il linguaggio e a preoccuparsi del punto di arrivo nella normalizzazione del Balance Sheet, cioè della restituzione dei titoli di Stato partita nell’ottobre scorso. La BCE, invece, ha annunciato il tapering, ossia la fine del Quantitative Easing, ed è riuscita a far apparire questa operazione hawkish come un’operazione totalmente indolore per il mercato. La BCE lo ha fatto mettendo l’enfasi sulla guidance, cioè le linee guida per i tassi di interesse che secondo Draghi non si alzeranno almeno per un altro anno.
 
Per quanto riguarda il fronte politico, migrazione e integrazione economica sono state le tematiche principali discusse al summit europeo. Sul tema immigrazione il clima era politicamente acceso, soprattutto da parte dell’Italia, la quale non è riuscita a portare a casa molto di più se non una maggior tutela delle frontiere esterne. Mentre quando si passa al tema delle frontiere interne o dei cosiddetti movimenti secondari restano ancora molte divergenze.
 
Sul fronte delle integrazioni economiche, prosegue la trasformazione del fondo “Salva Stati” in qualcosa di più simile al “Fondo Monetario Europeo”, mentre le altre attività sono tutte rimandate a dicembre.
 
In America, sul tema protezionismo, si è assistito ad un’escalation verbale da parte di Trump, probabilmente scontento dell’avanzamento del dialogo con la Corea del Nord. Il presidente USA pensa che la Cina stia influenzando negativamente il negoziato.
Sono entrate in vigore la seconda e la terza ondate di tariffe annunciate da Trump e che proiettano in una situazione economica sul crinale tra l’espediente negoziale e qualcosa di più grave. Infatti, nel caso si scatenasse una guerra commerciale, non solo sui 34 miliardi di beni sui quali si applicano adesso le tariffe entrate in vigore, ma fino a 550 miliardi, l’impatto sulla crescita sarebbe molto più negativo.


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