I dati sono ancora buoni, in America, quelli che hanno deluso durante l’estate sono ritornati positivi. Una correzione va apportata ai dati che hanno subito una distorsione dovuta all’effetto degli uragani.

Nella lettura complessiva del dato, il mercato del lavoro in USA mostra la sua forza. In particolare crescono i salari più del previsto e sembra manifestarsi quell’elemento mancante nel complesso delle variabili economiche: mercato del lavoro surriscaldato ma mancanza di aumenti salariali. Se questo fattore è sintomo di una ripresa si avranno dei comportamenti dell’inflazione coerenti con un mercato del lavoro che è già molto vicino al pieno impiego.
 

Questo rappresenta probabilmente il motivo per il quale le banche centrali hanno spiegato il ritardo della naturale manifestazione di relazione, che vede correlati bassa disoccupazione e aumenti salariali, con il fatto che per un certo periodo non si è presentato un aumento dell’inflazione, bensì una ricaduta.
Questo è stato ribadito dalla Fed anche nell’incontro del 20 settembre, facendo presagire che a dicembre, salvo cambiamenti, assisteremo al rialzo dei tassi di interesse. Nelle previsioni per l’anno prossimo, invece, si attenderanno ulteriori due o tre rialzi. Su questo punto il mercato è un po’ più scettico: si pensa che si sia giunti alla fine dei rialzi.

Questo è il motivo per cui sposare la tesi della Federal Reserve significa pensare che ci sia parecchio da perdere sul piano dei tassi di interesse e obbligazioni. Restano pericolosi gli investimenti obbligazionari, in America come altrove in tutto il resto del mondo.

Dall’altra parte dell’Oceano la Bce invece prende tempo: per la fine di ottobre dirà come rallenteranno gli acquisti, tuttavia sembra evidente che non potrà ridurre i tassi di interesse. Ha lasciato intendere però quale sia l’arma residua che intende utilizzare: si allungheranno i tempi tra la fine del Quantitative Easing previsto per la metà o la fine del 2018 e il primo rialzo. Il messaggio è stato recepito dal mercato e il rapporto euro-dollaro si è stabilizzato. La ripresa del percorso rialzista dei tassi americani, a maggior ragione, si è corroborato dai dati economici con inflazione, entusiasmo sulla riforma fiscale e sulla deregolamentazione finanziaria. Tutti questi elementi dovrebbero favorire il dollaro in breve termine anche se risulterà impossibile replicare i range dello scorso anno.

Sul piano dell’investimento complessivo l’azionario rimane un’opzione valida finché si galleggia sull’ottimismo economico e le banche centrali non agiscono con durezza. Si prospetta, inoltre, un riassorbimento della liquidità, che durante il 2017 ha subito picchi inaspettati straordinari, ma che l’anno prossimo andrà a riassorbirsi riducendosi da duemila milardi di dollari aumentati di quest’anno a soli cinquecento miliardi.

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