Nessuna novità particolare ha riservato l’estate sul piano macroeconomico. Diversa è invece la lettura sotto il profilo geopolitico e dei comportamenti di mercato.

L’Europa vede la crescita ancora ben impostata pur registrandosi, in America, una mancanza sul piano inflazionario. Le preoccupazioni, infatti, arrivano dagli ultimi eventi che hanno protagonista la banca centrale. Ad incidere sullo scenario sono stati gli shock esogeni, come il braccio di ferro internazionale che si sta tenendo nei confronti della Corea del Nord che può risolversi o con una ripresa, come accaduto in passato, oppure con un intervento degli USA, soluzione che potrebbe portare un rischio prolungato.
 

Altro fattore esogeno che ha inciso sulla politica interna americana è legato all’uragano Irma, che paradossalmente ha sbloccato alcuni impasse sul passaggio di nuove norme che hanno consentito l’innalzamento della soglia del debito. Da questo punto di vista, lo shock legato alla catastrofe ha visto calare la tensione nell’amministrazione americana e il rischio politico interno.

In questo quadro complesso, il mercato presenta delle contraddizioni abbastanza evidenti che si riversano sui comportamenti delle banche centrali: cambia l’atteggiamento della Fed, duro nel mese di giugno e che ha invece ritrovato un tono compiacente nelle ultime indicazioni.

I motivi di questo cambiamento possono essere ricercati nelle problematiche che stanno tormentando la banca centrale americana, in particolare quelle relative all’avvicendamento ai vertici. Ultimo sisma interno è stato quello provocato dalle dimissioni del vicepresidente Fisher. Il turnover così ampio non fa che aumentare l’incertezza sul futuro della Fed.

In questo quadro le chance di un rialzo dei tassi di interesse per dicembre restano concrete mentre invece il mercato considera questa ipotesi fuori da ogni eventualità. Questa contraddizione pesa sul dollaro.

Dall’altra parte la Banca Centrale Europea è alle prese con un problema valutario che vede l’andamento dell’euro impattare negativamente sull’inflazione. L’euro sembra infatti correre da solo e rende così più evidenti alcune contraddizioni: se fossero infatti i fondamentali a sostenere l’euro non avremmo il Bund che rende solo allo 0,3 e non si avrebbe l’equity europeo che sottoperforma rispetto quello americano di 7 punti e di 5 quello internazionale. La moneta europea si sta dunque comportando come un’esogena: si muove per prima. Ad essere in atto è probabilmente una ricomposizione di portafogli di riserve internazionali a cui è difficile dare spiegazioni sulla base dei fondamentali a cui si è soliti osservare. Sia i fondamentali macroeconomici che quelli finanziari di breve termine non sono infatti sufficienti a spiegare questo scenario. Basti pensare che il differenziale dei tassi di interesse è piatto da maggio e invece si è registrato un apprezzamento, in termini effettivi, di oltre il 5% della valuta.

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