Nel mese di giugno i dati rilevati si allineano su un indice positivo, ma con un’intensità minore, specialmente sul fronte USA. Il calo dell’inflazione si sta allontanando dalla linea del 2% impostato dalle banche centrali.  Le motivazioni legate a questo fenomeno non sono facilmente interpretabili. Senz’altro la componente inflazionaria che proviene dal comparto materie prime influisce negativamente. Il prezzo del petrolio è in lieve calo e resterà stabile.

Più difficile invece spiegare perché non si registra nessun segno di inflazione, tantomeno salariale, per il mercato del lavoro. Su questo si attende che a deliberare siano gli economisti. Sicuramente, una possibile spiegazione riguarderà sottoccupazione e qualità dell’occupazione stessa.

 


Uno dei temi che ha caratterizzato giugno è sicuramente quello relativo alle banche centrali. La Federal Reserve è andata avanti con i rialzi, dicendosi intenzionata a proseguire con un ulteriore rialzo a fine di quest’anno con l’inizio del tapering: la riduzione del reinvestimento dei titoli che vanno in scadenza in portafoglio. L’idea, dunque, resta quella di normalizzare anche il bilancio, oltre che i tassi di interesse.

Tale azione sorprende se messa a confronto con i dati, che in quest’ultima fase si attestano su livelli molto deboli. Diverse sono le voci in grado di spiegare, ma una probabilità è che tali scelte siano dettate dal tema deregolamentazione. A giugno questo si è reso più evidente e il tesoro ha effettuato un’analisi di tutta la materia regolamentare per proporre dei cambiamenti.

Questo potrebbe, dunque, essere il valido motivo per il quale la FED continua con un atteggiamento aggressivo, tale da prevedere una normalizzazione dei tassi che andrà avanti nei prossimi due anni; su questo punto il mercato, invece, si professa molto scettico. Questa duplicità di posizioni risulta problematica nella misura in cui vi è una divergenza tra le aspettative del mercato, che non ha fiducia nella Yellen, e le affermazioni della Fed che denotano particolare convinzione di un inasprimento delle condizioni monetarie, tali da innescare un potenziale di volatilità.

In Europa, dopo il vertice di Sintra del 27 giugno, Mario Draghi ha assecondato quest’atteggiamento aggressivo portato avanti dalla Fed, parlando di forze reflazionistiche che prendono posizione di rischi deflazionistici. Sul fronte macroeconomico l’Europa si posiziona su livelli positivi e non si registrano impulsi inflazionistici. A cosa è dovuto il cambiamento di tono da parte di Draghi? Il mercato ha più fiducia in lui che nella Yellen. Questa ipotesi è avallata da dai dati sull’Euro, che si rafforza attestandosi un range più elevato.

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