Leadership al femminile, valorizzazione dei talenti e opportunità lavorative per le donne, nel mondo della finanza e non, sono tematiche sempre più cruciali, con ancora qualche nodo da sciogliere. Per questo, lo scorso 4 maggio scorso, Pictet Asset Management ha ospitato nella sua sede milanese la conferenza “Invest in Yourself”. Insieme a a CF al Femminile e Germana Martano, direttore generale di Anasf, è intervenuta in questa occasione Silvia Tassarotti, Partner di TCP e Board Director della International Coach Federation e della Professional Women Network Rome, nonché autrice del libro “I talenti delle donne”. Abbiamo colto l’occasione per fare quattro chiacchiere con lei sui “segreti della leadership al femminile”.

1. Durante la conferenza “Invest in Yourself” si è parlato di “come possano le donne valorizzare i propri talenti in modo da vedere riconosciuta la propria leadership nel mondo del lavoro”, che è poi la domanda cui si propone di dare risposta il suo libro. Vuole condividere con noi alcune riflessioni in merito? 

In generale, per le donne, la prima cosa è credere di più in loro stesse. Sembra un messaggio banale, ma non lo è per niente. Nel mio lavoro di coach ho incontrato donne molto diverse tra loro, ma per lo più accomunate da alcuni tratti importanti. Le donne che oggi cercano di affermarsi nel mondo del lavoro - magari provando anche a conciliare al meglio vita privata e lavorativa - sono donne che chiedono moltissimo a loro stesse, che si perdonano poco, che non si accontentano mai. Lavorare su di sé vuol dire anche imparare a chiedere aiuto, a costruire una rete, partendo dalle nuove generazioni, aiutando chi si approccia adesso al mondo del lavoro.
Il secondo punto è attrezzarsi: non smettere mai di cercare i propri talenti, coltivarli e non lasciarli nel cassetto.
Il terzo punto, infine, è eliminare gli ostacoli, che sono interni a noi stesse, ma sono anche esterni (di contesto, di relazione). John Whitmore, padre fondatore del coaching scomparso in questi giorni, diceva che “Il potenziale, meno le interferenze, permette di realizzare la performance”.
Questo sviluppo, quindi, va fatto insieme agli altri. Alle altre donne, ma anche agli uomini: non deve essere un tema di genere, ma sociale.

2. Secondo l’Istat, nel 2016 il tasso di occupazione femminile, in Italia, è stato di 20 punti percentuali in meno rispetto a quello maschile. A cosa è dovuto, secondo lei, questo divario?

Sicuramente ci sono varie componenti. Il libro lavora molto sul rafforzare la donna nella gestione delle complessità, in una società che non favorisce questo sviluppo, un po’ anche per retaggi culturali duri a morire.
Una tendenza che le donne devono sforzarsi di contrastare è la “sindrome della crocerossina” (o anche sindrome di Wendy), che consiste nel farsi carico in maniera materna delle responsabilità degli altri. Un approccio prezioso, che però va perimetrato. Fondamentale, quindi, diventa lavorare sul senso di colpa rispetto a delle “mancanze” che sono del tutto umane e spesso inevitabili.
Come fare a trovare questo bilanciamento? Imparare a chiedere. A farsi aiutare, a negoziare, ad essere assertive rispetto a un proprio bisogno.
Il mio è un appello a riprendersi un po’ di potere: ognuna di noi è un po’ la propria srl; bisogna coltivare questa consapevolezza, insieme ai propri talenti. Bisogna quantomeno vincere la resistenza a farlo.

3. Una delle soluzioni che ci citava prima è il “fare rete”. Può spiegarci meglio questo concetto? 

A volte si crede, erroneamente, che questo concetto si riferisca esclusivamente alle libere professioniste, che devono crearsi e coltivarsi i propri contatti, come fonte di guadagno. Ma non è questa la rete che intendo io; o, per lo meno, non solo: anche coloro che lavorano in un’organizzazione devono saper costruire una rete interna (e già questo non è un tema così banale), ma mantenerne anche una esterna, per rimanere connessi con quello che succede intorno e non isolarsi.
Il modello di Adam Granth sul networking, ci dice che “chi ha più successo, è chi si dimostra più generoso nel networking”. Generosità, in questo caso, significa condividere le opportunità anche in maniera proattiva e non esclusivamente per proprio tornaconto.
Le persone si relazionano in tre modi: ci sono i takers, che hanno una spiccata predisposizione a emergere e mettere i propri interessi davanti a quelli degli altri, i matchers, che agiscono guidati da un sano maccanismo di do ut des, e infine i givers, ovvero chi dona senza aspettarsi nulla in cambio, particolarmente propensi ad aiutare gli altri, ma spesso a rischio di stress e situazioni che possono, talvolta, sfociare nel burnout. Eppure sono i givers che hanno i risultati migliori e raggiungono i maggiori successi proprio grazie alla loro generosità.
Diventare dei buoni matchers e dei givers efficaci, rende la propria rete più forte e aiuta a mantenere un sano equilibrio relazionale nell’ambiente di lavoro.

4. Quali sono le maggiori difficoltà nel creare questa rete?

La prima è l’invidia. Ma ci si può lavorare. La prima cosa da fare è stimolare la consapevolezza: provo invidia per questa persona. Il secondo passo è capire perché: cosa vedo nell’altro, che mi manca? A questo punto, l’invidia può anche volgersi in positivo: può diventare un punto di riferimento, e trasformarsi in un obiettivo che occorre, però, riportare su se stessi.
La seconda è la resistenza, che molte persone, non solo donne, provano nei confronti del concetto di “vendere se stessi”. Come vincerla?
1. Essere consapevoli di se stessi, del proprio valore, non sminuirsi, non dimenticarsi dei successi ottenuti e della strada fatta ed evitare di portare tutto sul piano personale: il sano distacco dalle sconfitte è importante.
2. Mettersi nei panni delle persone a cui sto cercando di vendermi, che non per forza puntano a mettermi in difficoltà. Cercare di comunicare loro in che modo io potrei aggiungere valore. E interessarsi all’altro. Capire che cosa sta cercando. Che cosa posso fare io per lui. In questo modo si diventa capaci di vederla come una vendita relazionale e non più come una mercificazione di se stessi.

5. Che cosa è emerso durante la conferenza “Invest in Yourself”? Qual era il punto di vista delle partecipanti, rispetto alla possibilità di affermarsi, come donne e come professioniste nel settore della consulenza finanziaria?
 
Si è parlato molto del concetto di Legacy, ovvero l’importanza di capire quale sia l’eredità che si vuole lasciare a chi seguirà. Ce ne sono di diversi tipi: alcuni scelgono di lasciare un’eredità finanziaria – a una causa sociale o alla propria famiglia -, altri si impegnano a creare “forze positive” nella comunità, altri puntano a creare una legacy duratura, legata alla forza dei rapporti interpersonali. Scegliere la propria legacy è essenziale per la propria realizzazione sia in campo professionale che personale.
Un altro concetto interessante è che, nonostante ad oggi in Italia la categoria dei consulenti finanziari sia composta solo per il 20% da donne, secondo quanto emerso giovedì durante il dibattito con le donne presenti in platea, quella del consulente finanziario è una professione che si adatta molto bene “al femminile”: le partecipanti a “Invest in Yourself”, infatti, hanno espresso una soddisfazione quasi unanime nei confronti di una professione che (una volta superata la barriera iniziale, ovvero la paura di mettersi in proprio) soddisfa e realizza le aspettative, perché permette flessibilità, ha un buon ritorno economico e consente di gestire al meglio il proprio work-life balance.

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