La fotografia attuale restituisce cifre piuttosto impressionanti, che probabilmente vanno al di là di quanto si riesca a giustificare: -20% l’Italia, -10% l’America, -15% l’Europa e il Giappone.

Ad inizio 2016 si era presentata una problematica già nota: la paura di rischi deflazionistici che si intrecciava con il rischio di svalutazione cinese e la correlata diminuzione del prezzo del petrolio, che è stata molto violenta.

A febbraio si parla di deprezzamento del petrolio e delicati equilibri geopolitici. E si parla ancora di Cina: è ormai consolidato che Pechino prenda a riferimento un paniere di valute e non più solo la parità bilaterale con il dollaro. Ma il mercato, anche su questo, ha già preso le misure.

La questione che probabilmente spaventa più di tutte è la sensazione di impotenza che al momento si avverte, parlando di politiche monetarie: le banche di tutto il mondo fronteggiano una situazione generalizzata di tassi negativi che tendenzialmente non favoriscono il settore finanziario.
Ciononostante, resta comunque incomprensibile la valutazione raggiunta dai mercati, dal momento che i rischi recessivi - ormai oltre il 30% e in certi casi vicini al 50% - non riflettono i dati macroeconomici, che certamente non possono dirsi positivi ma neppure di tale gravità.
Quel che è certo è che il mercato, entrato in una spirale involutiva pericolosa, ha bisogno di calmarsi. E le Banche Centrali dovranno prendere posizione