Da inizio anno, l'euro ha perso nei confronti delle altre grandi valute (dollaro in primis). E questo nonostante non manchino i fattori ribassisti anche altrove. Come al solito, il cambio dipende sempre da pesi e contrappesi. Cioè da quali spinte prevalgano. Al momento, quelle che alleggeriscono l'euro paiono più consistenti rispetto alle incertezze scaturite dalla battaglia dei dazi. Mentre c'è più equilibrio con le incognite sulla Brexit.

 
Perché l'euro è più debole

A inizio febbraio, l'euro valeva 1,25 dollari. Il cambio è sceso, a maggio, sotto quota 1,16 e oggi sfiora 1,17. Il fattore che più pare determinare l'andamento dell'euro è una politica monetaria più accomodante rispetto al quanto previsto. Il presidente dell'Eurotower, Mario Draghi, è stato chiaro. La ripresa è “solida”, ma “uno stimolo monetario significativo è ancora necessario”. I tassi resteranno quindi invariati almeno fino a tutta l'estate 2019. Sulle operazioni di rifinanziamento principali, sulle operazioni di rifinanziamento marginale e sui depositi presso la Banca Centrale rimarranno, sono e saranno allo 0,00%, 0,25% e -0,40%. Il Consiglio direttivo non ha neppure escluso che la scadenza dell'estate 2019 possa prorogarsi. I tassi manterranno questi livelli “finché sarà necessario per assicurare che l'inflazione continui stabilmente a convergere su livelli inferiori ma prossimi al 2% nel medio termine”. A spingere l'euro verso il basso c'è poi un andamento economico non ancora vigoroso, con alcuni segnali di timore che arrivano dalla Germania. Negli ultimi mesi l'indice Ifo, che misura la fiducia delle imprese teutoniche, è stato spesso in ribasso. E andamento economico, aspettativa d'inflazione (minore in caso di crescita debole) e persistenza degli stimoli monetari fanno parte dello stesso intreccio.
 

Il confronto con euro e sterlina

L'euro, quindi, si deprezza nonostante il confronto con un dollaro soggetto a spinte contraddittorie. Se da una parte l'andamento economico americano è più solido, dall'altro gli investitori hanno alleggerito la propria posizione in dollari in attesa di capire gli effetti della guerra dei dazi accesa da Trump. L'incertezza, quindi, non è sufficiente per indebolire il dollaro in confronto a un euro condizionato dalla politica monetaria di Francoforte. Un discorso simile può essere fatto con la sterlina. Anche se il cambio è stato più altalenante. A marzo era a quota 0,89. A metà aprile era sceso fino a 0,86. Luglio però ha visto un rialzo, fino a livelli in linea con quelli di quattro mesi fa. In questo caso, quindi, il fattore ribassista di Londra che bilancia quello europeo è la Brexit e le sue incognite. Cresciute nelle ultime settimane viste le difficoltà manifestata dal governo May nella negoziazione. 


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