America First, certo, ma il resto mondo rischia non pochi scompensi. La guerra commerciale iniziata mesi fa dal Presidente Trump ha aperto un nuovo capitolo, che rischia di portare a notevoli scompensi per le economie emergenti e non solo: i dazi imposti sulle merci cinesi porteranno a un aumento dei prezzi per gli acquirenti finali, i cittadini americani.

 
Il doppio filo che lega le Borse dei Paesi emergenti al dollaro

È l’andamento del dollaro a segnare il destino dei mercati emergenti: più il suo valore cresce, più diventa difficile per i paesi in via di sviluppo ripianare i debiti, contratti a tassi bassi e anche grazie al quantitative easing, con gli Stati Uniti. Con l’indice Msci Emerging Markets in calo del 16% e il Future Settembre 2018 che registra un -19%, l’orientamento al ribasso è totale. E la tendenza al rialzo della divisa americana non fornisce prospettive particolarmente rosee.

 
La Cina nel mirino: sanzioni miliardarie per colpire le “pratiche scorrette” cinesi

Aumentano ancora i dazi nei confronti della Cina. Dopo i 50 miliardi di prodotti cinesi colpiti dal 6 luglio, questa volta le misure di contrasto all’esportazione (pari al 10%) si estendono a un ammontare complessivo di 200 miliardi di dollari. Destinatari delle sanzioni non sono più solo acciaio, alluminio, beni industriali e tecnologici, ma anche prodotti di largo consumo, che vanno dal tonno ai materassi, dalle lampadine elettriche ai guantoni da baseball, dalle valigie ai mobili da ufficio. Ma a spaventare sono ancora, soprattutto, le minacce della Casa Bianca: se il governo cinese non cambierà le proprie strategie di esportazione e non comincerà a rispettare le regole sulla proprietà intellettuale, le sanzioni potranno salire presto a 450 miliardi di dollari (cifra molto vicina al totale delle merci cinesi importate negli USA).
 

I rischi per gli Stati Uniti

La strategia di Trump per il momento sembra funzionare, ma non è priva di rischi. Il pericolo non è solo quello di un indebolimento del dollaro, ma anche quello di una perdita di consenso elettorale a Washington: sanzionare beni di largo consumo significa infatti accettare di far salire i prezzi di prodotti di uso quotidiano.
Gli occhi della comunità internazionale restano puntati sull’aumento dell’inflazione negli Stati Uniti e sul rialzo (secondo le aspettative, imminente) dei tassi da parte della Federal Reserve. Di certo la fiducia del mercato nella stabilità del dollaro è grande: resta da vedere se sarà in grado di reggere all’aggressività dell’approccio adottato dal Presidente americano.


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