Per mesi, i mercati emergenti hanno continuato a essere una delle classi di investimento con le migliori performance, e questo nonostante il rialzo dei tassi da parte della Federal Reserve e la guerra commerciale avviata da Trump a suon di dazi contro il gigante cinese.
Tuttavia, in pochi giorni qualcosa è cambiato e si sta assistendo a una svalutazione delle monete locali. La punta dell’iceberg di questa inversione di rotta è la crisi Argentina, che ha costretto la banca centrale del Paese, lo scorso 4 maggio, ad alzare i tassi per la terza volta di fila in poco tempo fino al 40%. Ma ad essere coinvolte sono tutte le monete dei Paesi emergenti, dalla Turchia al Sudafrica.
 
Quali sono le cause di questo cambio di direzione? Cosa ha portato a un cambiamento così netto per una delle classi di investimento che hanno fatto meglio nell’ultimo anno? I mercati globali sono fortemente interconnessi. E da quando i rendimenti dei titoli di Stato decennali americani hanno superato la soglia psicologica del 3%, il vento è cambiato anche per gli emergenti. Il dollaro, prima debole, si è rafforzato. E il terremoto si è esteso alle valute dei Paesi emergenti. Questi mercati sono molto esposti ai rialzi del dollaro, poiché il biglietto verde è la valuta in cui è denominata gran parte dei debiti contratti da governi e aziende proprio di questi Paesi. Il rafforzamento del dollaro rende più oneroso il rifinanziamento del debito di questi Stati, e questo porta a un aumento delle pressioni al ribasso sui bond emergenti.
 
Il 3% raggiunto dai titoli decennali USA ha spinto molti investitori a spostare gli investimenti dagli asset a maggiore rischio, come i titoli dei Paesi emergenti, ai bond americani. Se gli extra-rendimenti li paga un Paese economicamente solido come gli Stati Uniti, meglio puntare direttamente sugli USA e non sugli emergenti. Ecco perché in tanti li hanno abbandonati nel giro di pochi giorni.
 
Molto denaro è confluito sui titoli a stelle e strisce. Il dollaro si è quindi rafforzato, e le altre valute, soprattutto quelle dei mercati emergenti, si sono svalutate. Incluso il peso argentino, fino a costringere a una stretta monetaria – come abbiamo detto – fino al 40%.
 
L’indice azionario Msci Emerging Markets, che fino a metà di aprile aveva performance ben maggiori dei mercati globali, ha perso via via terreno. Ma fino a qualche giorno prima, la storia era un’altra. Nonostante la stretta sui tassi della FED, bond e valute dei Paesi emergenti continuavano ad andare bene: il rialzo dei prezzi delle materie prime aveva aiutato queste economie, e in più non si era verificato l’apprezzamento del dollaro che molti si aspettavano.
 
La goccia che ha generato lo tsunami è stato proprio il rialzo del biglietto verde. Un movimento tellurico che, unito al superamento della soglia del 3% del rendimento dei Treasury a dieci anni, ha provocato un ribassamento delle valute emergenti. A essere colpiti sono stati soprattutto Turchia e Argentina, fortemente esposti al flusso di finanziamenti dall’estero. Dati i recenti sviluppi, dunque, quello dei mercati emergenti rappresenta un settore su cui porre delle riflessioni più approfondite. Una materia da gestire con cautela e su prospettive di lungo termine.


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