Riforma fiscale, deregulation, guerra commerciale. Se è ancora presto, a un anno dall’avvio della presidenza Trump, per tracciare un bilancio della politica economica della nuova amministrazione americana, si può però fare il punto sulle principali voci della cosiddetta Trumponomics.
 
 
A partire dalla riforma fiscale, che ha ridotto l’aliquota dell’imposta sulle società dal 35 al 21 per cento e abbassato leggermente anche quelle sulle imposte individuali (a partire dalla massima, che scende dal 39,6 al 37 per cento). I mercati hanno festeggiato, ma il Congressional Budget Office ha stimato che il taglio delle tasse avrebbe aggiunto 1,5 trilioni di dollari al debito nazionale, che è già molto alto.
 

Di per sé, qualsiasi riduzione delle tasse è in grado di stimolare la crescita economica, almeno temporaneamente. Ma se il taglio è realizzato in un contesto economico sfavorevole, allora può costare più di quello che vale. E il contesto americano attualmente non avrebbe potuto essere meno favorevole. In primo luogo, l’economia è vicina alla piena occupazione, con un tasso di disoccupazione al 4,1%, quindi la prospettiva di un guadagno di posti di lavoro non è così ampia. In secondo luogo, l’economia ha continuato a crescere nel 2017 e all’inizio del 2018. In terzo luogo, oggi negli Usa vi è una concentrazione elevata di ricchezza nella fascia più alta della popolazione. Per cui, una riduzione delle tasse che favorisce i percettori di reddito elevato, come questa, potrebbe ridurre a sua volta la distribuzione della ricchezza, diventando meno efficace nel generare consumi.
 

Oltre alla riforma fiscale, il presidente Trump ha promesso una totale deregulation del settore finanziario con lo smantellamento quasi istantaneo del Dodd-Frank Act, la legge voluta da Obama per limitare la libertà di banche e assicurazioni dopo la crisi del 2008, oltre che l’annullamento della Volcker Rule che proibisce l’utilizzo dei soldi dei correntisti per speculare. Ancora non si è visto tutto questo. Ma il rischio di una deregulation eccessiva, che possa finire per peggiorare il settore finanziario, c’è.
 

Per chiudere, le politiche commerciali. Il deficit commerciale americano è aumentato, passando da 521 miliardi di dollari nel 2016 a 571 miliardi di dollari nel 2017. L’idea di Trump è quella di riuscire a ottenere un risultato migliore dagli accordi commerciali. Il presidente Usa, non ha caso, ha osteggiato sia il North American Free Trade Agreement sia il partenariato Trans-Pacifico. La Cina, intanto, ha già occupato lo spazio commerciale che gli Stati Uniti hanno lasciato libero, e ha negoziato per ottenere vantaggi di accesso nei mercati asiatici, in particolare in Giappone, rispetto ai concorrenti statunitensi. Trump, dal canto suo, per favorire i prodotti americani ha risposto annunciando i dazi elettrodomestici, acciaio e alluminio. Innescando una vera e propria guerra commerciale. Non solo con la Cina, che ha fatto sapere di non volere lo scontro ma ha avvertito Washington che non esiterà a usare contromisure. Ma anche con l’Europa, che ha già messo a punto un pacchetto di contromisure per i prodotti Usa. A quali risultati porterà questa guerra commerciale è ancora tutto da vedere. 


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