Schiaffi ai bitcoin e carezze alla blockchain. Già nell'edizione 2017, il World Economic Forum di Davos aveva ampiamente discusso di criptovalute e della tecnologia che ne è alla base. Quest'anno lo spazio riservato loro è stato ancora più ampio. Ma non solo: si è consumata una separazione. La blockchain è stata trattata come un argomento a sé. Cioè non solo come base tecnologica dei bitcoin, ma come strumento dalle potenzialità variegate. È la conferma che, ormai, il tema ha abbandonato la nicchia per abbracciare le grandi istituzioni. Non a caso Forbes ha parlato di superamento della “fase beta”. Cioè quella di sviluppo iniziale di un prodotto.

 
Non solo criptovalute

Che la blockchain avesse conquistato le simpatie di investitori e grandi gruppi lo si sapeva da tempo. Ma un grande evento come il Forum di Davos ha il potere di sancire un'investitura. I settori interessati sono molti, se non tutti (tanto che c'è chi definisce la blockchain una nuova internet): commercio, agroalimentare, sanità. E naturalmente la finanza, cioè la casa natale della “catena di blocchi”. Il matrimonio tra finanza e blockchain non si traduce solo nelle criptovalute, ma in molte altre applicazioni. La più matura, al momento, è la realizzazione di un sistema interbancario che permetta a un gruppo di istituti di far circolare il denaro in modo rapido ed economico, soprattutto su scala transnazionale. È questo, ad esempio, l'obiettivo di R3, un consorzio composto soprattutto da banche che vuole accelerare in questa direzione. La possibilità di trasferire risorse in modo agile potrebbe anche trasformare il settore dei pagamenti, che con commissioni quasi nulle favorirebbe l'abbandono del contante anche per piccole transazioni.
 

I test del Nasdaq

Ma non è certo tutto. Diversi mercati finanziari stanno studiando l'uso della blockchain per la gestione di vendite e acquisti di azioni. Il Nasdaq, ad esempio, a novembre ha chiesto all'ufficio brevetti americano di approvare un sistema che consenta di registrare su un database distribuito, come la blockchain, informazioni relative al possesso e ai movimenti degli asset. E che, allo stesso tempo, semplifichi la vita delle società quotate, ad esempio nella gestione dei diritti di voto. Sempre il Nasdaq ha dato un altro segnale di istituzionalizzazione della tecnologia nata con i bitcoin, lanciando il Blockchain Economy Index, un indice che traccia le performance delle società che investono nel settore.
 

La bolla nel nome

La strada da fare, però, è ancora molto lunga. La blockchain risente di una spinta che rischia di gonfiare i valori oltre le attuali capacità della tecnologia. Sono diversi i casi di società che, pur frequentando altri settori, hanno deciso di aggiungere “blockchain” al proprio nome per sfruttare il credito del mercato. Risultato: balzi a tre cifre nel giro di poche ore. Una deriva che la Sec (la Consob americana) sta tentando di frenare: ha infatti deciso di indagare su questi movimenti sospetti e ha detto sì al primo ETF legato al comparto, a patto però che non contenga il nome “blockchain”. Reality Shares, la società che ha battezzato lo strumento finanziario, ha così dovuto abbandonare l'idea iniziale (“Blockchain Economy ETF2) e optare per “Next Gen Economy ETF”.


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