Quando ad agosto 2017 la tensione tra gli Stati Uniti e la Corea del Nord ha raggiunto il suo apice, i mercati di tutto il mondo sono crollati. Prima è arrivata la notizia dei nuovi progressi di Pyongyang nei missili a lunga gittata, con la la reazione del presidente americano Donald Trump che ha promesso «fuoco e fiamme» sulla Corea del Nord. A seguire c'è stato il lancio di un missile di Kim che ha sorvolato il Giappone e il test di una bomba all’idrogeno. Con la minaccia di una guerra nucleare alle porte, sui mercati si è assistito ad una corsa nervosa alle vendite e allo spostamento verso i beni rifugio.
 
Alcuni analisti l’hanno chiamata “la variabile Trump”, inserendo tra le incertezze economiche del 2018 proprio lo scontro tra Donald Trump e Kim Jong-un. Perché nonostante i segnali distensivi tra le due Coree legati alle olimpiadi invernali, le manovre di guerra avviate da Trump continuano a proseguire, con il rafforzamento dello schieramento americano nell’isola di Guam.
 
A fare per primo le spese di questo botta e risposta di minacce, test missilistici e dimostrazioni muscolari di potenza è stato il dollaro. Il biglietto verde, dopo un inizio 2017 incoraggiante, ha perso terreno rispetto a euro e sterlina proprio in concomitanza con le tensioni Usa-Corea del Nord.
 
Il gruppo di analisi macroeconomiche Capital Economics ha calcolato il possibile impatto sull’economia di un ipotetico conflitto con la Corea del Nord. Le conseguenze sarebbero molto gravi, a partire dall’impatto sui beni di consumo tecnologici più diffusi. Le componenti di telefonini e tablet, infatti, arrivano per circa il 40% dalla Corea del Sud. Seul rappresenta circa l’1,9% dell’economia mondiale ed è sede di società come Samsung Electronics e Hyundai Motor. Un pesante calo dell’attività industriale a causa della guerra provocherebbe danni diffusi nella regione e nel mondo. E a risentirne potrebbero essere anche gli scambi commerciali: una guerra in corso in quella parte di mondo metterebbe a rischio i traffici navali da e per la Cina.
 
Non solo. Negli Usa il costo di un’ulteriore guerra, dopo quelle in Iraq e Afghanistan, potrebbe far crescere ulteriormente il debito pubblico del 30 per cento. E i mercati finanziari globali subirebbero uno shock enorme nel breve periodo, con una corsa ai beni rifugio come l’oro, il dollaro Usa e il franco svizzero, come già accaduto. Portando a una alta volatilità all’interno dei mercati forex e delle valute.
 
Ma c’è anche chi potrebbe uscire rafforzato da queste tensioni, e cioè la Cina. Mentre ad agosto le Borse crollavano sulla scia delle tensioni tra Washington e Pyongyang, lo Shanghai Composite, l’indice principale delle aziende della seconda economia del mondo, saliva del 3,2 per cento. Gli operatori sembrano vedere nella Cina l’unica potenza indenne, malgrado i venti di guerra che spirano dal suo confine con la Corea del Nord. Da questo scontro Pechino potrebbe infatti uscirne vincente, facendo crescere la sua influenza in Asia, grazie al suo ruolo cruciale per il raggiungimento di un compromesso con Kim Jong-un. 

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