Più che la visita del Presidente Trump, ciò che importava veramente a Pechino era la delegazione di aziende americane che lo accompagnavano. Circa 40 secondo Bloomberg, che infatti sono riuscite a siglare interessanti accordi commerciali con il governo e le imprese cinesi per un giro d’affari di 250 miliardi di dollari, come ha rivelato lo stesso Presidente cinese Xi Jinping.
 
L’energia in cima alle agende dei due Presidenti

Secondo i bene informati il gruppo commerciale era composto dalla multinazionale alimentare Archer da Daniel Midland Co, DowDuPont, General Electrics, SolarReserve, Alaska Gasline Development Corp., e Delfin Midstream, che opera nel settore del gas naturale liquefatto, e molte altre. Sul totale di 40, ben 10 compagnie sono attive nel campo energetico. Particolarmente importante, secondo Bloomberg, sarebbe il piano d’investimento in Texas e nelle Isole Vergini da 7 miliardi di dollari di Sinopec, colosso petrolifero e petrolchimico controllato al 75% dal governo cinese. Questo progetto, che deve ancora essere approvato ufficialmente dai due governi, prevede la costruzione di un grosso impianto di stoccaggio e soprattutto di un oleodotto che dal giacimento petrolifero di Permian in Texas andrà fino alla Costa del Golfo, per un totale di oltre 1.100 km. 
 
I due big alla prova della collaborazione

Le firme sui documenti dimostrano le grandissime possibilità di collaborazione tra i primi due Paesi al mondo per PIL. Lo squilibrio commerciale, ha affermato Trump, non è colpa di Pechino, ma dei propri predecessori alla Casa Bianca. Le politiche commerciali tra i due big al momento "sono molto ingiuste e sbilanciate - ha spiegato - io non do la colpa alla Cina. Dopotutto chi può incolpare un Paese di approfittarsi di un altro Paese per il bene dei propri cittadini?". Piuttosto la palla è ora nella mani degli Stati Uniti: "devono cambiare queste politiche, perché sono rimasti così indietro nel commercio con la Cina e, francamente, con molti altri Paesi".  
 
La mossa della Cina: dazi ridotti su 187 prodotti

Forse la chiacchierata con Trump è servita a smuovere le acque, forse era una scelta fatta già tempo fa, sta di fatto che dal 1 dicembre i dazi su numerosi beni di consumo scenderanno da una media dal 17,3% al 7,7%. Sarà quindi più semplice esportare nella Repubblica Popolare il Martini, i pannolini, le macchine per il caffè, gli spazzolini da denti, i cosmetici e le medicine. Questa apertura favorirà soprattutto società europee secondo gli analisti, dal momento che nel 2016 hanno venduto beni in Cina per 170 miliardi di euro. Ma non è che agli Stati Uniti vada molto peggio: il deficit commerciale di 347 miliardi verso la Cina verrà ridotto in modo deciso grazie a questo passo indietro. La bilancia ora è un po’ più equilibrata.

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