Gli accordi sul clima del G20 di Amburgo sono stati confermati da tutti i Paesi partecipanti tranne uno, gli Stati Uniti. Non proprio un membro marginale, ma l’amministrazione Trump ha preferito sfilarsi dagli accordi sottoscritti a Parigi nel 2015. Una mossa che ha turbato opinione pubblica e leader mondiali e che non ha risparmiato critiche anche dal mondo della finanza e da diversi investitori.
 
Quando anche la finanza lotta per il pianeta

Ambiente e clima sono un tema importante anche per gli squali della finanza: lo testimonia il rapporto “European asset owners: 2°C alignment and misalignment of public equity portfolios” pubblicato dal WWF prima del G20 di Amburgo per analizzare quali società hanno iniziato a impegnarsi per migliorare le condizioni del nostro pianeta e come lo stanno facendo. In questo senso sta migliorando l’attenzione degli investitori per chi è impegnato per l’ambiente, come conferma Sebastien Godinot, Economista al WWF European Policy Office: “Assicurarsi che il capitale sia investito in società che contribuiscono a un futuro sicuro dal punto di vista del clima è fondamentale per raggiungere gli obiettivi dell’Accordo di Parigi, riducendo i rischi finanziari relativi al clima e massimizzando i guadagni”, ha spiegato Godinot. “Alcuni Asset Owners già dimostrano di condurre tale processo, ma molto deve essere ancora fatto per riposizionare gli investimenti passando dal carbone all’energia rinnovabile”.

Meno investimenti nelle fonti fossili

Sono già 30 i gestori, soprattutto fondi pensione, che hanno modificato le proprie strategie di investimento in linea con gli Accordi di Parigi. Queste compagnie virtuose sono nei Paesi bassi, in Danimarca, Svezia, Norvegia e Finlandia, Paesi notoriamente attenti all’ambiente. Altre 50 società però hanno rifiutato di rendere trasparenti i dati degli investimenti, anche se bisogna ammettere che tutte le 80 compagnie prese in considerazione hanno dimostrato di avere ridotto i finanziamenti alle società che lavorano nel campo dell’estrazione del carbone. Il prossimo passo, nota il report, sarà diminuire anche l’erogazione di denaro nei confronti dei gruppi che producono energia elettrica a partire dal carbone, un traguardo molto più importante e significativo.
 
L’esempio virtuoso del Divestment da fonti fossili

All’inizio era soltanto un’idea di un gruppo di studenti, ora secondo lo studio di Arabella Advisors raggruppa asset per una gestione totale di 5 mila miliardi di dollari grazie a 688 diverse istituzioni presenti in ben 76 Paesi. Si tratta di investimenti nel settore dell’energia pulita e di contestuali disinvestimenti nell’energia prodotta da fonti fossili realizzati da diversi player, dai fondi pensione ai fondi sovrani. Per dare un segnale ancora più forte a tutta la comunità degli investitori. E per un futuro più green.

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