Ritardi, arretratezza tecnologica nella gestione delle acque e pochi investimenti. L’Italia non è adeguatamente preparata alla gestione delle proprie risorse idriche. Nel corso degli anni il Paese è rimasto con il freno a mano tirato, anche nell’utilizzo delle nuove tecnologie e dei nuovi strumenti finanziari che permetterebbero di trovare le risorse economiche per fare gli interventi strutturali necessari.
 
Anche di questo si è parlato nel corso di Watec Italy, il convegno tenutosi a Palermo dal 21 al 23 giugno, dedicato alla gestione e alla salvaguardia delle risorse idriche. I problemi sul tavolo sono parecchi. Aggravati quest’anno anche dall’emergenza siccità. Solo in Sicilia, le riserve idriche sono calate del 15% nell’ultimo anno, facendo mancare negli invasi dell’isola oltre 75 milioni di metri cubi d’acqua. Ma «le criticità – ha detto Prema Zilberman, direttore generale di Kenes Exhibitions, tra gli organizzatori del convegno – possono trasformarsi in preziose opportunità in vari ambiti, dall’irrigazione all’industria, visti gli ampi margini di miglioramento del sistema acqua italiano».
 
Un aiuto, ad esempio, potrebbe arrivare dal mare. In Italia le acque salate rese potabili sono 13,6 milioni di metri cubi su un totale di 9,1 miliardi di metri cubi prelevati dalle varie sorgenti, ovvero lo 0,1%. Un valore minimo, se si pensa che l’Italia è in gran parte circondata dal mare. Oggi la dissalazione avviene solo in due distretti idrografici: in Sicilia (il 92,5% del totale nazionale) e nell’area dell’Appennino settentrionale. Lo sviluppo di questo settore, dicono gli esperti, potrebbe tornare utile soprattutto nell’industria. Guardando i dati sulla richiesta di acqua da impiegare nel settore industriale in diverse regioni, si comprende come questo settore non sia per niente sfruttato. Veneto, Emilia Romagna e Campania, ad esempio, sono territori che sboccano sul mare e che hanno tutte le condizioni favorevoli per sviluppare la produzione di acqua dissalata.
 
Poi ci sono gli scarsi investimenti nel settore. Quelli per la riqualificazione della rete idrica italiana si attestano su un valore medio nazionale di circa 32 euro per abitante l’anno. Siamo ancora ben lontani dall’obiettivo di 80 euro pro capite fissato dall’Autorità per l’Energia elettrica, il gas e il servizio idrico per allineare l’Italia ai livelli europei.
 
Eppure la riqualificazione delle nostre infrastrutture, a guardare i dati, sembra più che necessaria. Il 60% delle infrastrutture idriche è stato messo in posa oltre 30 anni fa (percentuale che cresce al 70% nei grandi centri urbani) e il 25% di queste supera i 50 anni (il 40% nei grandi centri urbani). Al Centro e al Sud le perdite idriche nella rete si aggirano intorno al 45%, a fronte del 26% rilevato al Nord. Sprechi che, con gli investimenti giusti, potrebbero essere eliminati. Permettendo all’Italia una gestione efficace del proprio oro blu.

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