Un compleanno da festeggiare, quello della cosiddetta “riforma della riforma” della previdenza complementare: nei suoi primi dieci anni di vita, gli iscritti al secondo pilastro sono praticamente triplicati, così come sono triplicate le masse gestite. Nel 2006 gli iscritti erano circa due milioni e mezzo, mentre nel 2017 le adesioni sono salite a quasi 7 milioni e mezzo di italiani secondo i dati diffusi dalla Covip, la Commissione di Vigilanza sui Fondi Pensione. Allo stesso modo, il patrimonio è salito dai 47 miliardi di euro di fine 2006 ai 143 miliardi di fine 2016. Un segnale che il silenzio-assenso introdotto 10 anni fa per spostare automaticamente il Tfr ai fondi pensione dedicati ai dipendenti delle aziende è servito a qualcosa.
 
La previdenza complementare batte il Tfr in azienda

Premessa: l’inflazione molto bassa degli ultimi anni ha favorito non poco la previdenza complementare. Il Tfr ha una rivalutazione dell’1,5% sul 75% dell’aumento dell’inflazione, quindi è facile capire che con la crescita nulla o comunque molto limitata dei prezzi alla quale abbiamo assistito nel decennio in oggetto, questo tasso è stato decisamente limitato. Infatti, praticamente tutti i comparti dei principali fondi pensione hanno battuto il rendimento medio annuo composto del 2,49% registrato dal Tfr tra il 2006 e il 2016.  
 
Piani pensionistici individuali al top

Chi ha registrato le migliori performance però sono i Pip, i Piani individuali pensionistici, con 2,9 milioni di aderenti certificati alla fine dello scorso anno. I più fortunati tra i sottoscrittori poi possono anche ricevere un contributo dal proprio datore di lavoro, con modalità e percentuali decise dall’azienda. Va detto però che i rendimenti superiori registrati dai Pip, soprattutto dalle Unit-Linked, sono motivati dall’aggressività della gestione finanziaria: i profitti sono alti se le cose vanno bene, ma le perdite possono fare male se i mercati girano le spalle agli investitori. Sono uno strumento da maneggiare con cura.
 
Il panorama dei fondi: dai negoziali ai fondi aperti

Positivo anche l’andamento dei fondi aperti, che nel 2006 avevano circa 440 mila iscritti, cresciuti fino a oltre 1 milione e 200 mila nel 2016. Gli investitori li apprezzano perché possono essere sottoscritti in ogni momento e quando lo si desidera si può chiedere il rimborso del capitale impegnato. Chi invece non sta passando un momento particolarmente brillante sono i fondi negoziali, ovvero i fondi creati a partire dagli accordi tra sigle sindacali e realtà imprenditoriali per determinate categorie di lavoratori. In questo caso il Tfr maturato dal lavoratore finisce nei negoziali e il datore di lavoro lo può integrare a sua volta. Il calo occupazionale post-crisi ha però reso la vita più difficile a questi fondi, come si è visto nel caso di Cometa, il fondo dei metalmeccanici: il più grande fondo a livello di patrimonio ha perso 100 mila aderenti solo negli ultimi tre anni. C’è da dire che, con la ripresa dell’economia, anche la situazione dei negoziali dovrebbe tornare a migliorare. Se lo augurano tutti.
 
Leggi anche:

Risparmio gestito, fino al 2020 prevista una crescita del 5,5% all'anno
Risparmio gestito, partenza sprint nel secondo trimestre: i fondi obbligazionari sono i preferiti
Fondi pensione, il focus è sull’economia reale
 
​​​