Donald Trump ha superato la soglia dei suoi primi cento giorni alla Casa Bianca. Ma il The Donald aggressivo che abbiamo conosciuto in campagna elettorale, entrato nelle vesti di presidente degli Stati Uniti, è diventato decisamente più convenzionale. E quella che cento giorni prima poteva sembrare una grande catastrofe per l’economia e la geopolitica mondiale oggi sembra più o meno rientrata. Perché, a conti fatti, Trump non ha fatto ancora quasi niente di quello che aveva detto.

Anzi, su molte cose ha fatto qualche passo indietro. Come sull’uscita unilaterale dal trattato di libero scambio Nafta. Dopo che il suo gabinetto gli ha mostrato che le conseguenze peggiori ci sarebbero state nelle zone dove risiede la working class che lo ha eletto, Trump ha accettato la proposta di avviare un miglioramento del trattato. E anche con la Cina, dopo gli attacchi in campagna elettorale, l’atteggiamento sembra essere quello di una nuova alleanza in chiave commerciale e politica. Un dietrofront c’è stato pure sulle critiche alla Nato.

Sul fronte della cancellazione dell’Obamacare, dopo la battuta d’arresto e la sconfitta iniziale, Trump al momento ha portato a casa il primo sì del Congresso. Ma ancora dovrà vedersela al Senato. Il famoso muslim ban, il divieto di ingresso per gli stranieri provenienti da sette Paesi a maggioranza musulmana, ha fatto insorgere schiere di giudici ed è stato attaccato a livello internazionale. E persino il tanto sbandierato muro col Messico non ha convinto il Congresso.

Ora la carta da giocare è quella della riforma fiscale. Dopo l’elezione di Trump, i mercati hanno reagito diversamente da quello che ci si aspettava, facendo toccare diversi record storici nei listini di Wall Street. L’entusiasmo era alimentato proprio dall’annunciata riforma fiscale, che prevede un taglio delle tasse per imprese e persone con una forte spinta inflattiva. La logica era quindi di un aumento dei tassi Usa, con il mondo obbligazionario in forte difficoltà. E invece la Fed ha rallentato ed è successo che dal momento dell’inaugurazione dell’era Trump, il mercato dei bond ha recuperato due trilioni di dollari.

La presentazione della riforma fiscale è arrivata a fine aprile nel corso di una conferenza stampa del segretario del Tesoro. Trump l’ha definita «una delle più importanti riforme della storia degli Stati Uniti». E sebbene la fiducia dei consumatori rimanga su livelli alti, i mercati stanno cominciando a esprimere dubbi sulla capacità di Trump di semplificare la struttura fiscale americana. La legge prevede l’abbassamento dal 35 al 15% dell’imposta sugli utili delle imprese, riducendo da sette a tre gli scaglioni di imposta per i contribuenti, con un’aliquota massima del 35 per cento. La legge, inoltre, permette alle imprese di rimpatriare la liquidità detenuta all’estero pagando una sola volta la tassa sull’operazione.

Ma la riforma non avrà vita facile al Congresso. Peter Boockvar, responsabile analista di mercato di The Lindsey Group, consiglia di osservare le oscillazioni del mercato dei bond. Gli investitori «si staranno certamente chiedendo se (Trump) riuscirà ad avvicinarsi a ottenere ciò che vuole. Se ci riuscirà, il tasso sui Treasuries a 10 anni potrebbe avvicinarsi al 2,6% nella fascia alta del range», dice. «I benefici fiscali potrebbero essere compensati da un costo più alto del capitale. Nella Corporate America è stato accumulato così tanto debito negli ultimi dieci anni, che non si può guardare ai tagli fiscali e basta. E sarà il mercato dei bond a dire cosa i mercati penseranno su quanto Trump sarà capace di fare, su quale sarà l’impatto sulla crescita e sul deficit che verrà creato».

A opporsi alla riforma potrebbero essere non solo i Democratici, ma anche i Repubblicani, che temono il pericolo di un’espansione del deficit di bilancio. Secondo la Casa Bianca, invece, la riforma fiscale potrebbe far accelerare il ritmo della crescita economica sopra il 3%, contro una media di circa il 2% registrata nell'ultimo decennio. Intanto però l’economia americana dell’era Trump ha registrato la crescita più bassa degli ultimi tre anni: +0,7%. Barack Obama ha lasciato lo studio ovale con un +2,1%.

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