Un dato su tutti può rendere l’idea di quanto gli Exchange Traded Funds sono piaciuti nel 2016: nell’86% dei casi, le nuove sottoscrizioni del mercato dei fondi sono finite nelle casse di questi strumenti a gestione passiva, per un totale di 624 miliardi di dollari in tutto il mondo, lasciando soltanto 104 miliardi di dollari nelle mani dei fondi a gestione attiva. Dopo questo exploit, la fetta di asset globali a gestione passiva dei fondi indicizzati è salita al 28%. E ha ancora molti margini di crescita, soprattutto in Europa, assicurano gli esperti.
 
I perché del boom degli ETF

Il 2016 è stato un anno caratterizzato da alta volatilità e da molte scelte geopolitiche nel segno della discontinuità, dalla Brexit all’elezione di Donald Trump alla guida degli Stati Uniti, passando per i rally del petrolio e le forti decisioni delle principali banche centrali, Federal Reserve e BCE su tutte. Ciò porta gli investitori a puntare su strumenti a gestione passiva, perché hanno meno costi in termini di asset management e di total expense ratio, sono completamente trasparenti e danno la possibilità di modellare un portafoglio personalizzato nel caso in cui ci siano cambi di strategia improvvisa.
 
L’ETF che ha battuto Apple e Facebook

SPDR Standard and Poor’s 500 Etf Trust. Ai non addetti ai lavori questo nome non dirà nulla, ma si tratta del fondo che replica l’andamento dell’S&P 500, l’indice creato dall’agenzia di rating Standard & Poor’s che segue l’andamento del paniere azionario delle 500 aziende americane con la maggiore capitalizzazione. Bene, questo ETF ha spostato in media quasi 19 miliardi di dollari nell’ultimo semestre del 2016, 5 volte quello che ha spostato Apple, il titolo azionario più scambiato nello stesso periodo. E non si tratta di un singolo caso, perché nella top ten dei titoli con i maggiori volumi ci sono altri tre ETF come l’Msci Emerging Markets, il Vaneck Vectors Gold Miners e il Financial Select Sector SPDR.

I pericoli nascosti dietro agli ETF

Gli ETF non sono strumenti di investimento immuni dai rischi, anzi. Proprio la loro crescita esponenziale (dal 2005 hanno visto la loro quota di mercato raddoppiare negli Usa) può costituire un rischio, perché sono passati dai mercati azionari molto liquidi a quelli obbligazionari, praticamente a liquidità zero. Dopo la crisi del 2008 le normative limitano le operazioni delle banche sul mercato dei bond, riducendo di molto la liquidità dell’obbligazionario. Ciò significa che trovare acquirenti su quel mercato è difficile soprattutto nelle fasi ribassiste se si vendono grandi quantità di obbligazioni insieme, perciò quel mercato può diventare una trappola per i grandi investitori, soprattutto per i fondi globali e per gli ETF.
Se dai clienti arrivassero improvvisamente richieste di riscatto, i gestori e gli ETF sarebbero obbligati a movimentare il proprio portafoglio di bond, senza però avere la sicurezza di riuscirci in un contesto a bassa liquidità e ciò genererebbe un forte shock. Inoltre, secondo l’Università di Ginevra il 95% dei titoli in mano agli ETF fisici (quelli che acquistano nelle stesse proporzioni dell’indice di riferimento vere azioni o vere obbligazioni) sono in prestito: quindi se arrivassero richieste di riscatto, i fondi prima dovrebbero rastrellare sul mercato i titoli prestati e poi rivenderli, con tutti i limiti del caso. Insomma, i punti interrogativi sono molti. E non c’è nessuno che sappia dare una risposta, per il momento.

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