Nella trascrizione dei verbali (minute) dell’ultima riunione della Federal Reserve si parla di “considerevole incertezza” rispetto all’impatto che l’amministrazione Trump potrebbe avere sull’economia statunitense. E nella conferenza stampa tenuta dal presidente eletto a dieci giorni dall’insediamento non sono emersi grossi dettagli sui futuri piani economici. Gli scenari sono diversi, inclusa – dicono i policy maker della FED – la possibilità di una forte crescita economica favorita dagli stimoli fiscali promessi in campagna elettorale dal presidente eletto, che si insedierà alla Casa Bianca il 20 gennaio.


 
La politica monetaria e il rischio inflazione

La FED ha confermato comunque che per ora è “appropriato” un graduale rialzo dei tassi d’interesse. Ma gli stimoli economici promessi da Trump, dicono, potrebbero indurre la banca centrale americana ad accelerare il ritmo di aumento dei tassi d’interesse in modo da scongiurare un possibile aumento repentino dell’inflazione.
 
Durante i mesi di campagna elettorale, Trump ha puntato sul rilancio dell’occupazione e delle imprese Usa proponendo un taglio delle tasse sia per le aziende sia per le persone fisiche. Secondo il neopresidente, serviranno investimenti in infrastrutture per creare nei prossimi anni 25mila nuovi posti di lavoro con un aumento del Pil del 3,5% l’anno. 
 
 
I rapporti con Wall Street

A inizio gennaio, Trump ha nominato Jay Clayton, avvocato di Wall Street, alla presidenza della Securities and Exchange Commission, la Consob americana. Secondo i piani del tycoon, Claiton dovrebbe favorire una regolamentazione che incoraggi gli investimenti dando priorità alla affidabilità e alla sicurezza finanziaria.
 
Intanto a Wall Street tutti sembrano essere ottimisti sui risultati economici dell’amministrazione Trump. Dalla sua elezione, sulle azioni americane si sono riversati 70 miliardi di dollari. E anche la fiducia dei consumatori e delle imprese è alle stelle. Ma secondo gli analisti, questo entusiasmo generale non durerà per molto.
 
 
Il pericolo del protezionismo

Bisognerà considerare infatti anche quali sono i pericoli che la trumponomics, tutta concentrata sull’economica nazionale, potrebbe avere sugli scambi internazionali e i ricavi delle multinazionali. Trump intende rinegoziare il NAFTA, l’accordo nordamericano per il libero scambio, e anche il TTP, l’accordo transpacifico. E durante la campagna elettorale, ha molto attaccato la delocalizzazione delle imprese nei Paesi in cui il costo del lavoro è più basso, Messico in primis, minacciando l’applicazione dazi più alti sui prodotti importati.
 
Di recente, tramite Twitter, Trump si è scagliato prima con la casa automobilistica General Motors per la decisione di produrre un modello di auto in Messico anziché in Usa, e poi con la Toyota, per lo stesso motivo. Minacciando il pagamento di un’alta tassa alla dogana. Sono state queste dichiarazioni, forse, ad aver indotto Ford ad annullare la costruzione di una nuova fabbrica da 1,6 miliardi di dollari in Messico, investendo 700 milioni di dollari per espandere invece l’americanissimo stabilimento di Flat Rock, in Michigan.
 
In un clima di “notevole incertezza”, per usare le parole della FED, una cosa è certa: con Donald Trump alla Casa Bianca l’economia americana sarà più chiusa di prima.