Finanza, economia e politica non sono mai state così intrecciate. Estremizzando la situazione è possibile parafrasare il famoso Butterfly Effect: un battito d’ali di una farfalla nell’economia statunitense può scatenare un uragano nella finanza italiana. La vittoria di Trump avrà un impatto sicuramente maggiore di quello di una farfalla sulla scena mondiale, anche se è ancora presto per sapere con certezza come si svilupperà la “Trumpnomics”. Infatti i mercati nel giorno del trionfo del miliardario newyorchese non sono crollati, anzi: Wall Street ha chiuso in positivo di oltre l’1% sia con il Dow Jones che con il Nasdaq. Nessuna paura nemmeno in Europa il 9 novembre, con Piazza Affari che ha tenuto la parità a fine giornata, mentre Londra è salita dell’1%, Parigi e Francoforte dell’1,5%. Queste però erano le reazioni a caldo, ora bisogna capire quali saranno i prossimi scenari, soprattutto per il nostro Paese.
 


Nomisma: voto Usa sfavorevole per l’economia italiana

Come si è affrettato a spiegare il Managing Director di Nomisma Andrea Goldstein, sono due i principali filoni della politica economica del neopresidente che porterebbero conseguenze negative per l’Italia. Innanzitutto i tagli alle aliquote e l’aumento delle spese accrescerebbero il deficit fiscale e secondo alcune stime il debito pubblico americano passerebbe dal 77% al 105% del PIL(link). In secondo luogo c’è la politica economica internazionale di Trump, che intende rivedere pesantemente l’accordo per il libero scambio di merci e servizi in Nord America (NAFTA) e varare pedaggi del 45% sull’import di merci cinesi.
Se queste due scelte forti dovessero diventare realtà, lo Stato avrebbe minore margine di manovra alla luce della crescita del deficit e gli americani, sia aziende che privati cittadini, avrebbero un minore potere d’acquisto, perché pagherebbero di più per avere prodotti cinesi. L’effetto domino che si scatenerebbe potrebbe fare scendere il fatturato delle aziende cinesi, che hanno negli Usa una fetta importantissima del loro export, e di conseguenza fare spendere di meno sia ai cinesi che agli americani per macchinari, vini, abbigliamenti e turismo in Italia. A ciò va poi aggiunto il probabile rialzo dell’euro sul dollaro, penalizzando ulteriormente sia il potere d’acquisto dei turisti americani che il prezzo dei titoli di Stato italiani. Un quadro non certo positivo.


 L’incognita del referendum pesa sulla crescita italiana

I mercati, si sa, non amano l’incertezza. Lo abbiamo visto nel novembre 2011 quando lo spread tra i titoli di Stato italiani e i Bund decennali tedeschi toccò il record di 574 punti proprio perché il governo Berlusconi non dava le garanzie necessarie ai mercati. Lo abbiamo rivisto anche in questi giorni, seppur in misura minore, in una nota del Centro Studi di Confindustria di fine ottobre, nella quale viene spiegato che nel quarto trimestre la crescita italiana dovrebbe rallentare rispetto ai mesi estivi. "Rimangono l'incognita dell'esito del referendum costituzionale e la partita aperta del credito bancario alle imprese", si legge nella Congiuntura flash di Confindustria. Fino al 4 dicembre i mercati prenderanno posizioni attendiste, sanno che l’esito del referendum potrebbe portare a un nuovo ribaltone della scena politica italiana e ciò aprirebbe nuovi scenari ora ignoti. Ecco perché politica, economia e finanza sono legate in questo intreccio. Senza la possibilità di liberarsi.