I prezzi del petrolio sono scesi ancora sotto i 45 dollari al barile, segnando un calo mensile del 14% per il Brent e il Wti americano e scendendo ai minimi negli ultimi due mesi.
 
Dollaro più forte
Il ribasso deriva dal rafforzamento del dollaro contro le principali valute, soprattutto dopo l’elezione di Donald Trump. E se il dollaro è più forte, il greggio è più costoso per gli acquirenti non americani, riducendo la domanda e facendo quindi scendere le quotazioni.

Nebbia fitta sull’accordo Opec

Il calo è associato però soprattutto all’incertezza sull’accordo Opec al vertice di Vienna del 30 novembre. I Paesi produttori di petrolio dovrebbero accordarsi sul taglio della produzione dai 33,64 milioni di barili al giorno di ottobre a 32,5/33 milioni di barili al giorno. Ma il pessimismo è alto. Tant’è che il ministro del petrolio saudita ha definito di recente un «imperativo» l’accordo sui taglio coordinati della produzione che i Paesi avevano pattuito in via informale a settembre ad Algeri. Un richiamo che a sua volta ha evidenziato la difficoltà dell’intesa.
 
L’interesse verso una contrazione dell’offerta però è basso. Anzi, la produzione aumenta. L’output dell’Opec di ottobre è di 33,643 barili al giorno, più dei 33,407 di settembre. L’Iran di recente ha aperto nuovi pozzi. E la produzione aumenta anche in Libia, Iraq e Nigeria.
 
L’Agenzia internazionale per l’energia, nel rapporto di novembre, ha scritto che il prezzo del greggio dipenderà dalla riunione Opec di fine mese. Se gli accordi di Algeri saranno implementati, il mercato potrebbe tornare in equilibrio dal primo trimestre 2017. Altrimenti bisognerà aspettare ben oltre, con il rischio di ulteriori cadute del prezzo nei prossimi mesi. 
 

Negli Usa fusioni per mettersi al riparo
Intanto, mentre non ci si può aspettare nulla dall’incontro dell’Opec di fine novembre, negli Stati Uniti si corre ai ripari con fusioni e razionalizzazioni. A inizio novembre, General Electric e Baker Hughes hanno trovato un accordo per integrare i business nei servizi per l’industria petrolifera, siglando una collaborazione dal valore potenziale di 32 miliardi di dollari di vendite.
 
In difficoltà sono soprattutto le aziende che realizzano le piattaforme o posano gli oleodotti per le grandi compagnie petrolifere, le quali scontano il calo degli investimenti a causa della riduzione delle commesse attive.
 
In ogni caso, negli ultimi mesi hanno riaperto alcuni siti estrattivi. E nel programma del nuovo presidente eletto Donald Trump è prevista una ripresa della produzione di petrolio negli Usa. L’elezione del tycoon ha stravolto i calcoli dell’Arabia Saudita, finora diffidente a tagliare la produzione per non favorire Usa e Russia. Il futuro del prezzo del petrolio, quindi, è ancora più incerto.