Il lungo anno di campagna elettorale americana, una delle più combattute che la storia ricordi, terminerà l’8 novembre, quando 300 milioni di americani andranno al voto per scegliere il prossimo inquilino della Casa Bianca tra la democratica Hillary Clinton e il repubblicano Donald Trump. E, soprattutto in queste elezioni americane, il mondo intero aspetta con ansia il nome del prossimo presidente degli Stati Uniti. Il risultato che uscirà dalle urne avrà conseguenze importanti non solo dal punto di vista politico, ma soprattutto economico.

 
I timori di instabilità
Intanto Wall Street sembra avere già scelto Hillary Clinton. In questi mesi, quando la candidata democratica era in difficoltà, i valori di mercato si indebolivano, e viceversa. Tant’è che quando Clinton è entrata in crisi a pochi giorni dal voto dopo gli interventi dell’Fbi, i mercati mondiali si sono subito mossi al ribasso. Questo perché Clinton è la candidata dello “status quo”, contro i timori di instabilità derivanti da una eventuale amministrazione Trump.
 
L’elezione della Clinton, essendo in continuità con il sistema attuale, potrebbe quindi ridurre il clima di incertezza sui mercati e guidare verso una maggiore propensione al rischio. Al contrario, un periodo di macroinstabilità potrebbe indurre i mercati a una avversione al rischio, che porta a togliere i capitali dai luoghi considerati vulnerabili. L’Italia, ad esempio, con il suo alto debito e la crescita scarsa, è percepita come luogo vulnerabile. Quindi potrebbe essere colpita da un “effetto Trump”.
 
I programmi
Eppure, a guardare i programmi, la logica vorrebbe che la finanza scegliesse il tycoon. Hillary Clinton ha respinto l’idea di imporre una tassa sulle transazioni finanziarie, come richiesto da Bernie Sanders, ma è d’accordo invece su una tassa più bassa sugli ordini annullati da parte degli operatori che speculano sul mercato utilizzando veloci algoritmi. Dall’altra parte, però, Donald Trump non perde mai l’occasione di attaccare la finanza di Wall Street, le banche e le multinazionali, accusandole di essere al centro di un complotto dei poteri forti contro gli americani. Senza risparmiare neppure la Federal Reserve, accusandola di essere troppo politicizzata, criticando la scelta di mantenere i tassi bassi e promettendo quindi una maggiore supervisione futura della banca centrale da parte della politica. 
 
Ma se Trump nel suo programma prospetta una corposa riduzione delle tasse per le imprese, Clinton ha in programma invece un aumento della pressione fiscale e una nuova tassa per i “super ricchi”. Non solo: ha già detto no la riduzione dal 35 al 10% delle tasse per il rimpatrio dei profitti esteri, e promette controlli severi sulla finanza speculativa e un giro di vite in tema ambientale. Eppure, nonostante questo, i mercati hanno scelto lei. Giudicata più pragmatica e soprattutto meno imprevedibile e inaffidabile dello sfidante repubblicano.
 
I contraccolpi sulla globalizzazione
In ogni caso, entrambi i candidati, seppur con gradazioni diverse, sono pronti a correggere la politica commerciale americana contro la globalizzazione spinta che ha creato sacche di diseguaglianza. Chiunque vinca, il resto del mondo dovrà fare i conti con una economia americana più chiusa di prima.
 
Ma se Trump si spinge fino a minacciare l’uscita dalla Organizzazione mondiale per il commercio, promettendo di far saltare tutti gli accordi per riportare nei confini americani i posti di lavoro “rubati” dalla delocalizzazione, Clinton promette più pacatamente di vigilare sui trattati in essere per tutelare l’occupazione statunitense.
 
L’intera economia globale, in realtà, necessita che l’America resti un mercato aperto. La Cina, in particolare, ne ha bisogno per sostenere il suo export. E il mercato mondiale ne ha bisogno a sua volta per sostenere la catena di montaggio che fa girare la domanda globale, di modo che la Cina continui a importare. Anche dall’Italia.