Nonostante i mercati emergenti nell’ultimo anno abbiano vissuto momenti difficili e deluso tanti investitori, si può tornare a puntare su di loro. Dalla metà del 2011, l’indice azionario MSCI Emerging Markets ha perso l’11 per cento. Colpa di prezzi deboli delle materie prime, lentezza nella crescita e nelle esportazioni, instabilità politica. Ma ora questa tendenza sembra essersi invertita. Secondo la Oxford Economics, il Pil dei mercati emergenti nel 2016 crescerà del 2% in più rispetto ai Paesi sviluppati. Mentre i titoli azionari degli emergenti quest’anno hanno già guadagnato il 12 per cento.

La spinta di Fed e dollaro
Con il freno tirato della Federal Reserve e il dollaro che ha fermato la sua corsa, i Paesi emergenti che si basano sulle esportazioni di materie prime, ad esempio, ne traggono beneficio. Per citarne qualcuno: Arabia Saudita, Indonesia, Sudafrica, Brasile. Tanto più che i prezzi delle materie prime si sono stabilizzati: abbastanza alti da sostenere gli Stati esportatori dell’America Latina, non così elevati da mettere in pericolo le prospettive economiche degli importatori asiatici.
Anche le performance per le valute e per le obbligazioni sovrane migliorano. Con la Fed cauta, le monete dei Paesi emergenti si sono apprezzate del 3% rispetto al dollaro. Un elemento che contribuisce  ad abbassare i tassi di inflazione, riducendo la necessità di intervenire sui tassi di interesse.
Il debito emergente in valuta locale, come il real brasiliano, il peso messicano, il rublo russo e la lira turca, potrebbe dare quindi buoni risultati di investimento. L’indice JP Morgan Emerging Market Government Bond, di solito usato per misurare la performance del debito emergente in valuta locale, è salito del 18% dall’inizio del 2016.

Gli indicatori economici
Senza dimenticare che gli indicatori della crescita economica di alcuni degli emerging market sono positivi. In Russia, dove l’inflazione era del 15,7% nel settembre 2015, a luglio 2016 si era dimezzata. Il tasso di inflazione annua in Brasile è sceso dall’11 al 9 per cento. Anche se nel Paese persiste una situazione politica ancora in evoluzione, con il nuovo presidente Michel Temer da poco in carica.
Un altro fattore da considerare è la crescita cinese più costante, il che è fondamentale per la performance complessiva dei mercati emergenti. Se è vero che il ritmo di Pechino ha subito un rallentamento, è anche vero che la decelerazione non è stata brusca. Nel secondo trimestre 2016 il Pil è cresciuto del 6,7%, confermando gli sforzi del governo di stabilizzare l’economia.
 
Quelli sui mercati emergenti, però, sono investimenti da tenere sempre d’occhio. Un possibile rialzo dei tassi da parte della Fed potrebbe avere contraccolpi immediati. E l’instabilità politica in alcuni Stati è sempre dietro l’angolo.