Sono passati quasi due mesi dal referendum che ha sancito l'uscita del Regno Unito dall'Ue. Ancora poco tempo per capire gli effetti profondi di questa scelta. Abbastanza per intravedere alcune tendenze.

L'impatto economico

Secondo il Fondo monetario internazionale, la Brexit rappresenta “un importante rischio al ribasso per l'economia”, che si traduce in “un sostanziale aumento dell'incertezza economica, politica e istituzionale”. Di conseguenza, ha tagliato le stime di crescita dell'economia globale: il pil crescerà nel 2016 del 3,1%, 0,1 punti percentuali in meno rispetto alla stima di aprile. Un decimale in meno anche nel 2017, quando la crescita mondiale accelererà con un +3,4%. Il prossimo anno, la Brexit dovrebbe pesare anche sull'Ue, con un impatto dello 0,2%. E sull'Italia, il cui pil crescerà dello 0,9% e non dell'1% come preventivato. Perché una sterlina più debole fa male alla Gran Bretagna (per la quale è più oneroso importare) ma anche per i Paesi esportatori (come l'Italia).
Secondo Moody's l'addio di Londra influenzerà la crescita economica e indebolirà le finanze pubbliche inglesi. Per questo l'agenzia di rating ha messo sotto esame la valutazione del credito del Regno Unito.  
 
Borse e sterlina 
Nelle prime ore dopo il referendum i mercati sono crollati. Da allora, però, la Borsa di Londra ha recuperato terreno, annullando le perdite registrate. Restano invece al di sotto dei livelli pre-referendum gli altri mercati europei. Ma si tratta di una conseguenza imputabile più al calo dei titoli bancari che all'uscita della Gran Bretagna dall'Ue.
 
La sterlina non è crollata come i più pessimisti avevano previsto, ma di certo è una moneta più debole. A poche ore dalla urne, un euro valeva 0,76 sterline. Oggi si viaggia stabilmente oltre quota 0,83. L'oro, bene rifugio che si apprezza nei momenti di instabilità, si mantiene su cifre elevate, ma è rientrato dai massimi (1.370 dollari l'oncia) del post-referendum.
 
Le conseguenze politiche
L'impatto politico è stato quello più immediato. L'ex premier David Cameron aveva - di fatto - messo sul piatto del referendum anche il proprio mandato. La vittoria del “leave” ha portato alle sue dimissioni. Al numero 10 di Downing Street è arrivata Theresa May, portando con sé l'ala dei conservatori più favorevole all'uscita dall'Ue. David Davis, il ministro per la Brexit (cioè l'uomo che dovrà negoziare con Bruxelles assieme a May), ha affermato che gli immigrati comunitari potrebbero essere “rispediti a casa” in caso di un aumento massiccio degli arrivi. Altra mossa poco conciliante è stata la designazione di Boris Johnson al ministero degli Esteri. Scelta molto discussa dopo le esternazioni dell'ex sindaco di Londra contro Ue e Obama.
 
Gli effetti nel lungo periodo
Al di là delle fibrillazioni di borsa e al cambio di governo, gli effetti di medio-lungo termine sono tutti da definire. Molto dipenderà dagli accordi tra Londra e Bruxelles. Accordi che richiederanno lunghe negoziazioni, nell'ordine di mesi o anni e non certo di settimane. La stessa Gran Bretagna ha preso tempo. Theresa May  ha annunciato che Londra non chiederà l'applicazione dell'articolo 50 del Trattato di Lisbona (quello che regola l'uscita di uno Stato dall'Ue) prima della fine dell'anno. L'iter porterà quindi la Brexit a concretizzarsi non prima del 2019.
Nel frattempo, le conseguenze potrebbero ampliarsi. Perché il referendum ha generato due spinte contrapposte. Da una parte ha ridato slancio ai movimenti che promuovono l'uscita del proprio Paese dall'Ue. Dall'altro ha rinfocolato l'indipendentismo. In Scozia, dov'è stata netta la prevalenza del “remain”, cresce la voglia di abbandonare il Regno Unito. Sarebbe il preambolo necessario per l'ingresso nell'Ue. Ma, anche in questo caso, i tempi non si consumeranno in un'estate.