Ridurre la dipendenza dal petrodollaro americano, fatturando le esportazioni di petrolio in euro. È questo il programma dell’Iran. A fine giugno il ministro del Petrolio di Teheran ha annunciato che la Repubblica islamica d’ora in poi venderà il proprio petrolio in euro. Una svolta importante che potrebbe colpire duramente il dollaro americano, se consideriamo che l’Iran oggi esporta 2,3 milioni di barili al giorno. La notizia era già stata anticipata a febbraio 2016 da Reuters, ma circoscritta ai contratti con la compagnia francese Total, la spagnola Cepsa e la russa Litasco.

La novità prevede che il prezzo in euro sarà indicato nelle fatture, in base al tasso di cambio con il dollaro al momento della consegna delle materie prime. «Nelle nostre fatture inseriamo la clausola secondo cui gli acquirenti del nostro petrolio dovranno pagare in euro, considerando il tasso di cambio nei confronti del dollaro al momento della consegna», aveva spiegato alla Reuters un anonimo esponente della National Iranian Oil Co (NIOC). E a giugno è arrivata la conferma ufficiale.

Le motivazioni del passaggio all'euro
Il passaggio delle vendite di petrolio in euro è motivato dal fatto che l’Europa è uno dei maggiori partner commerciali dell’Iran. Con la fine delle sanzioni, molte aziende europee – incluse quelle italiane – si sono affrettate per cercare opportunità di business a Teheran. Lo stesso Rohani è venuto in Europa per rinsaldare i rapporti economici con il Vecchio Continente. Ecco perché, considerati anche i rapporti non proprio rosei con Washington, per l’Iran ha senso avere entrate in euro. Anche se non è la prima volta che l’Iran spinge per sostituire il dollaro come moneta per il commercio internazionale di petrolio. Ci aveva già provato nel 2007, cercando di convincere i membri dell’Opec a farlo tramite la creazione di una borsa petrolifera alternativa a New York, ma senza riuscirci.

Un mercato da 4 milioni di barili al giorno
L’Iran è il quarto Paese al mondo per riserve di greggio. La produzione attuale è di circa 4 milioni di barili al giorno, in crescita dopo lo sblocco delle sanzioni. Quando le sanzioni erano ancora in corso, le esportazioni erano di circa 1 milione di barili al giorno. A metà giugno i barili erano già raddoppiati. Un bottino da decine di miliardi di euro. E valutare il petrolio in euro ha senso se i Paesi importatori sono Paesi che usano l’euro: e questo, appunto, è il caso dell’Iran.

Le probabili conseguenze
Se Teheran dovesse davvero vendere il suo petrolio in euro e l’iniziativa del governo iraniano fosse emulata anche da altri Paesi della regione, il dollaro e l’economia americana si indebolirebbero. La domanda di euro aumenterebbe, e la moneta dell’Ue si apprezzerebbe con un conseguente indebolimento del dollaro. Visto l’alto livello del debito statunitense, per Washington sarebbe un grosso problema. Se davvero l’Iran deciderà di seguirà questa strada, sarà inevitabile un peggioramento delle relazioni con gli Stati Uniti.
 
Accadrà davvero? In passato non ci ha provato solo l’Iran. È da anni che alcuni Paesi dell’Opec ventilano la possibilità di sganciarsi dal dollaro a favore di altre valute. Nel 2000 ci aveva pensato anche Saddam Hussein, che aveva chiesto di ricevere euro in cambio del petrolio iracheno. Stessa ipotesi era arrivata nel 2001 dal Venezuela. E nel 2010 in Libia Gheddafi aveva proposto di abbandonare il dollaro per sostituirlo con una nuova valuta, chiamata dinaro d’oro.