Il percorso è stato lungo, ma alla fine la legge è arrivata. Il 25 maggio scorso la Camera ha approvato in via definitiva la legge sul Terzo settore. Sono serviti due anni: tanto è passato dalla formulazione delle linee guida che avrebbero dovuto definire il nuovo quadro normativo. Occorrerà altro tempo, perché alcuni dettagli saranno definiti con i decreti attuativi. I primi dovrebbero essere varati entro l'anno. Allora si capiranno meglio i dettagli di una delle novità più interessanti della legge: la nascita della Fondazione Italia Sociale e di un fondo ad essa legato.

Come funziona la Fondazione Italia Sociale
Nelle linee guida del 2014, c'è solo un abbozzo dell'idea che sarà. Il Fondo nascerà per sostenere “le imprese sociali e la rete di finanza etica”. Nella legge la definizione si allarga. L'obiettivo è “sostenere, mediante l’apporto di risorse finanziarie e di competenze gestionali, la realizzazione e lo sviluppo di interventi innovativi da parte di enti del terzo settore, caratterizzati dalla produzione di beni e servizi con un levato impatto sociale e occupazionale e rivolti, in particolare, ai territori e ai soggetti maggiormente svantaggiati”.
Lo strumento scelto è “il finanziamento di iniziative e progetti promossi da organizzazioni di volontariato, associazioni di promozione sociale e fondazioni”. Il funzionamento del fondo, però, deve essere ancora definito. Sarà “disciplinato anche attraverso forme di consultazione del Consiglio nazionale del Terzo settore”.
 
Le risorse
In attesa dei dettagli, ci sono alcune certezze. La prima è l'ammontare delle risorse in campo. Il governo ha stanziato 17, 3 milioni di euro per il 2016 e di 20 milioni di euro a decorrere dal 2017. Si tratta di una prima iniezione, fatta per dare base e spinta al progetto. Ma il fondo mira a ben altre cifre, fino a 200 milioni annui. Da dove potrà attingere?
Enzo Manes, il finanziere che, in veste di consigliere di Palazzo Chigi, ha contribuito alla stesura della legge, lo ha ripetuto a più riprese: non si tratta di un fondo d'investimento, anche se non è escluso che una parte (minoritaria) delle risorse possa essere utilizzata per acquisire quote di realtà promettenti. Si nutrirà di donazioni, piccole o grandi ma a fondo perduto. Non si tratta quindi neppure di un fondo etico, che vincola l'investimento a parametri definiti ma ha pur sempre l'obiettivo di generare un ritorno. Né sono previsti sgravi fiscali per i donatori. Si tratta di uno strumento di solidarietà puro e semplice, che non drena risorse pubbliche ma usa quelle dei privati in chiave pubblica.
 
Tra ricchezza privata e solidarietà
Il principio che ha animato il fondo è semplice e attinge a una caratteristica ormai storica dell'Italia: le casse pubbliche devono fare i conti con margini di manovra risicati. La ricchezza finanziaria delle famiglie italiane (nonostante la crisi) è al massimo storico: secondo la Banca d'Italia, sfiora i 4 mila miliardi. E le donazioni al no profit, secondo il Giving Istitute, hanno toccato i 12 miliardi. Due bacini enormi, in mezzo ai quali il fondo cercherà di posizionarsi.