I mercati globali devono vedersela con un panorama di incertezza e numerose incognite. A partire dalla Brexit: l’effetto shock sui mercati sembra essersi attenuato, ma resta da capire quale sarà l’impatto dell’uscita della Gran Bretagna dall’Ue nel medio-lungo periodo. La BCE per il momento non ha avviato nessun intervento invasivo, ma è pronta a farlo. Anche perché le aspettative a medio termine sull’inflazione sono all’1,31%, al di sotto del target annuo del 2%. L’incertezza dopo il voto spagnolo, senza la formazione di un governo, non aiuta. La Federal Reserve osserva i mercati, ma i future sui Fed Funds indicano che le probabilità di un rialzo dei tassi Usa a fine anno continuano a scendere.
 
Effetto Brexit

Lo shock post Brexit sui mercati, tutto sommato, è durato poche ore. Le Borse hanno subìto l’effetto panico per un paio di giorni, poi la situazione si è stabilizzata. Tranne per le banche (quelle italiane soprattutto) e la sterlina. Insomma, non è stata un’altra Lehman Brothers, come alcuni temevano. E le Banche centrali, che si sono dette subito pronte a intervenire in caso di bisogno, ancora non lo hanno fatto in modo significativo.
 
D’altronde la BCE è già impegnata nel suo Quantitative Easing (ed è pronta a potenziarlo) e ha creato già in passato strumenti di salvaguardia per far fronte alle crisi finanziarie. Senza dimenticare che l’uscita della Gran Bretagna dall’Ue non è paragonabile alla crisi dello spread del 2011 o alla crisi di Lehman. Probabilmente i mercati confidano sul fatto che alla fine l’uscita sarà in qualche modo alleggerita con negoziazioni e accordi. Intanto, nel mese di giugno, la Bank of England ha già iniettato sul mercato circa 9,2 miliardi di sterline.
 
Quello che può fare Londra ora è decidere di tornare a far parte dell’Efta (European Free Trade Association), costituendo una sorta di mercato unico con i quattro Paesi che fanno parte dell’associazione, ossia Svizzera, Norvegia, Islanda e Liechtenstein. Per poter riallacciare i rapporti con Bruxelles, poi, il Regno Unito potrebbe aderire all’accordo Ue-Efta sullo Spazio Economico Europeo. O sottoscrivere un accordo ad hoc, come ha fatto la Svizzera.
  
Il nodo spagnolo
Resta da sciogliere anche l’impasse politico spagnolo dopo le seconde elezioni in sei mesi. Elezioni che non hanno visto la scalata dei partiti antieuropeisti – nonostante i timori del post Brexit – ma che consegnano un Paese frammentato, senza nessun partito in grado di raggiungere la maggioranza assoluta. Lo spettro dell’ingovernabilità continua ad aleggiare su Madrid. Si dovrà ripartire con una trattativa. E i mercati iberici, che da subito hanno reagito con un calo, stanno a guardare. L’incertezza di sicuro non aiuta. Ma la Spagna avrà delle scadenze da rispettare, e probabilmente saranno queste ad accelerare la formazione di un nuovo governo: c’è la legge di stabilità da approvare, oltre alle riforme economiche che Bruxelles chiede da tempo. L’Europa aspetta al varco.
  
La prudenza americana
Dall’altra parte dell’oceano la Federal Reserve rimane prudente. A metà giugno, come previsto, ha lasciato invariati i tassi di interesse per la quarta volta consecutiva. Le incertezze della Brexit e il rallentamento del mercato del lavoro statunitense avevano allontanato l’ipotesi di un rialzo. E così è stato. Si attendono ora i prossimi dati sull’occupazione Usa per capire cosa Janet Yellen deciderà per il futuro. Ma davanti a un panorama così instabile, anche a luglio le probabilità di ritocco dei tassi sembrano poche. L’ipotesi più plausibile è che si aspettino i risultati delle presidenziali Usa di novembre prima di decidere una mossa al rialzo. Anche se nell’ultima riunione la banca centrale americana ha segnalato di avere in programma ancora due rialzi del costo del denaro nel corso del 2016, senza dare però nessuna indicazione sulle tempistiche.