In attesa degli esiti imminenti, oggi lo spauracchio si chiama Brexit. Eppure, meno di un anno fa, si parlava di un altro possibile addio. Con una lettera di differenza. Era la Grexit, cioè la possibilità che ad abbandonare l'Europa fosse la Grecia. I punti di contatto tra i due casi sono pochi, fatto salvo un massiccio malcontento nei confronti di Bruxelles.


Quella di Londra sarebbe un'uscita volontaria, senza contrattazioni con i creditori. Atene, anche se meno illuminata dai riflettori, continua il suo lungo percorso di risanamento.

10,3 miliardi di aiuti
Atene e il governo Tsipras hanno tirato un sospiro di sollievo quando, lo scorso 25 maggio, dopo 11 ore di negoziato, l'Europa ha sbloccato una nuova tranche di aiuti per 10,3 miliardi di euro. Saranno consegnati in due momenti: 7,5 miliardi a giugno e 2,8 a settembre. Una scansione voluta per tenere sotto controllo gli effetti delle riforme avviate dall'esecutivo. Hanno convinto la riforma delle pensioni, l'aumento dell'Iva e l'obiettivo di un avanzo primario del 3,5% da toccare entro il 2018. Un traguardo che, se non sarà raggiunto, farà scattare tagli di spesa automatici.

La rimodulazione del debito
Oltre ai corposi aiuti, il negoziato di maggio ha avuto un altro sbocco. Meno immediato ma più importante nel lungo periodo. Europa, Grecia e Fmi hanno siglato un accordo di massima per la ristrutturazione del debito ellenico, un punto sul quale in passato si era imposto il rifiuto a trattare. La leva decisiva è arrivata dal Fondo monetario, che ha accettato di partecipare ai nuovi aiuti solo se Bruxelles avesse concesso un alleggerimento del debito greco. Un peso che, alle condizioni attuali, è insostenibile. Senza ristrutturazione, ha calcola l'Fmi, il debito arriverebbe, nel 2050, al 250% del Pil, drenando il 60 per cento del prodotto interno lordo in soli interessi. I creditori hanno accettato di intervenire sui tassi e sulla diluizione delle scadenze. Si tratta di un'intesa di massima. Per i dettagli (di un eventuale taglio che segue la rimodulazione prevista) si dovrà attendere il 2018. Data per la quale ha spinto la Germania, per rimandare le scelte più spinosi al dopo-elezioni.

La crisi dei migranti e il turismo
L'intreccio tra Europa e Grecia tocca anche la crisi migranti, che con l'estate sarà ancora più spinta sui Paesi mediterranei. Atene sta gestendo da tempo una situazione difficile. Con la rotta balcanica interrotta dal blocco della frontiera macedone e gli accordi tra Ue e Turchia, la Grecia deve farsi carico della gestione e dell'identificazione dei migranti. Non è una questione solo umanitaria ma anche economica. I costi saranno coperti dall'Europa, ma intanto uno dei principali propulsori del Paese, il turismo, sta facendo i conti con una stagione disastrosa. Anche perché alcune delle zone di maggior richiamo, le isole vicine al confine con la Turchia, sono anche le più esposte all'emergenza.

La Grexit è più lontana
Atene, quindi, resta in Europa. Il patto sulla rimodulazione del debito è un passo decisivo. Ma l'aumento dell'Iva al 24%, il sacrificio del turismo e una disoccupazione che resta al 24,9% raccontano un Paese non molto diverso rispetto a quello di un anno fa. Anche se la Grexit è più lontana.