Le obbligazioni dei mercati emergenti sono titoli emessi dagli Stati in via di sviluppo o (nel caso dei bond societari) dalle loro aziende. Nel 2015, gli emergenti hanno vissuto un periodo di difficoltà, che in parte si protrae ancora oggi. Alla volatilità, si è aggiunto il rallentamento economico (in alcuni casi sfociato in recessione). Una ragione in più per essere cauti, anche se le obbligazioni dei Paesi emergenti non sono prive di opportunità. A patto di ricordare che il rendimento, per quanto allettante, deve sempre essere soppesato con il rischio.
 
La frenata degli emergenti
Il tassi di crescita del Pil cinese ha tirato il freno nel 2015: il progresso si è fermato al 6,9%. Il dato, che farebbe brindare il resto del mondo, rappresenta per il Dragone il più basso degli ultimi 25 anni. Parlare di “crisi” è forse eccessivo, ma gli investitori devono comunque fare i conti con un'economia in via di maturazione, che sta cambiando la sua composizione migrando verso consumi e servizi.
La Cina rappresenta il caso più emblematico, ma non un episodio isolato. Le tensioni che animano il Medio Oriente sono ancora forti. E condizionano Stati che dipendono in larga parte dal petrolio. Il mercato energetico ha colpito anche Brasile e Russia. Con il primo zavorrato anche dalla destabilizzazione politica dello scandalo Petrobras e il secondo fiaccato dall'embargo europeo e statunitense. La salute economica, in tutti questi casi, si è riversata sull'obbligazionario, con i titoli sottoposti a una forte pressione al ribasso. Che, però, allo stesso tempo, ha aperto a rendimenti invitanti.
 
L'impatto di Mario Draghi  
L'appetito cresce se si confrontano i possibili ritorni delle obbligazioni dei Paesi emergenti con quelli offerti dai titoli sovrani europei. Il 10 marzo, la Banca centrale europea ha tagliato tutti i tassi di riferimento del costo del denaro e ampliato il programma d'acquisto di titoli di Stato, fino a toccare gli 80 miliardi. Risultato: i rendimenti delle obbligazioni europee sono schiacciate ai minimi storici, in alcuni casi verso tassi negativi. Si paga per prestare denaro, in nome della sicurezza. Ecco perché chi cerca rendimenti più elevati, si rivolge altrove.
 
Rischi e opportunità
Le obbligazioni dei Paesi emergenti possono essere un'occasione. Ma obbligano a prendere in considerazione elementi multipli, che consiglierebbero di affidarsi a professionisti del settore. Per intercettare le opportunità che meglio bilanciano rischio e rendimento, va valutata non soltanto la salute economica attuale ma anche quella futura. Per proseguire con l'esempio cinese, è vero che i progressi a doppia cifra sono lontani. Ma la crescita economica prevista per il 2016 è pur sempre del 6,3%.
La valutazione dell'investimento deve comprendere, però, anche altri fattori. Il rischio di cambio: gli interessi pagati in una valuta locale debole inciderebbero sul rendimento atteso. La liquidità: un mercato poco liquido ridurrebbe la libertà d'azione, limitando la possibilità di vendere le obbligazioni che non si vogliano portare a scadenza. Il rischio creditizio: un Paese con un rating peggiore deve garantire un premio maggiore. Sarà l'investitore a dovere valutare costi e benefici.  
 
L'investimento parte da una domanda
L'annus horribilis sembra essere alle spalle. E anche se la ripresa dei Paesi emergenti nel loro complesso non è ancora arrivata, si assiste da inizio anno a un'accelerazione trainata dall'Asia. Le obbligazioni degli emergenti in valuta locale valgono in media il 7%. Cifra che risalta ancora di più se confrontata con i rendimenti europei. Gli emergenti, però, non sono un insieme indistinto: l'investimento deve sempre valutare il complesso delle condizioni che caratterizzano e caratterizzeranno i singolo mercati. Ponendosi innanzitutto una domanda: il ritorno remunera adeguatamente gli investitori alla luce del rischio assunto?