Nella riunione del 10 marzo la BCE ha deciso di potenziare ancora gli interventi di politica monetaria. L’obiettivo da raggiungere è noto da tempo: sfiorare un tasso di inflazione del 2% e ridare impulso all’economia europea, che procede ancora a singhiozzo. Nemmeno gli analisti più ottimisti si aspettavano scelte tanto nette da parte del Board guidato da Mario Draghi. Il giudizio è stato positivo, anche perché questo pacchetto di misure consente di raggiungere un compromesso tra redditività delle banche e stimoli monetari.

 
Le misure in sintesi
Innanzitutto la potenza di fuoco del nuovo Quantitative Easing. Si è passati da 60 a 80 miliardi di euro al mese, fondi che la BCE utilizza per acquistare titoli di stato e ora anche corporate bond. Ed ecco la seconda grande novità: Francoforte potrà acquistare anche le obbligazioni di società, a parte quelle finanziarie, che rispettino determinati parametri di sostenibilità e che abbiano un giudizio alto (oltre l’intvestmnet grade) da parte delle agenzie di rating. Inoltre, attraverso il Quantitative Easing l’istituto guidato da Draghi potrà spingersi ad acquistare fino al 50% di ogni singola emissione di bond. Prima di queste decisioni la quantità massima era del 33%.
Un'altra proposta interessante, soprattutto per le banche, è la serie di nuove aste di rifinanziamento a lungo termine (TLTRO II) della durata di 4 anni. Gli istituti di credito che concedono più prestiti all’economia reale riceveranno denaro fino a un tasso del -0,4%, che corrisponde al nuovo tasso di deposito. Un incentivo a iniettare liquidità con più facilità per ridare slancio all’economia reale, a imprese e famiglie. A queste misure si affianca anche il taglio del tasso di rifinanziamento di 5 punti base, sceso quindi allo 0% dopo che per mesi era stato mantenuto allo 0,05%. 
 
Il perché di queste scelte
La BCE ha alzato il tiro dopo aver letto l’aggiornamento delle stime macroeconomiche. Le incertezze sono aumentate negli ultimi mesi a causa dell’indebolimento dell’economia globale, con una crescita del Pil dell’Eurozona nel 2016 prevista all’1,4%, contro il precedente 1,6%. Anche le aspettative di inflazione per la zona Euro sono state ridimensionate: nell’anno in corso raggiungerà un misero +0,1% (l’ultima previsione era dell’1%), mentre arriverà al +1,3% nel 2017 e al +1,6% nel 2018.
Insomma, serviva una scossa forte all’economia europea e Draghi ha cercato di darla. Ma va ricordata una cosa importante, come lo stesso governatore della Bce ha sottolineato più volte. Le manovre di politica monetaria non sono il rimedio a tutti i mali dell’Europa, sono degli aiuti in un momento di difficoltà. Serve però un’Europa riformista, ha fatto notare Draghi, dove i governi riducano le tasse e stimolino gli investimenti per rendere più competitivi i propri Paesi.