C'è una nuova classe di imprese che cresce a doppia cifra. Una categoria che ha saputo rialzarsi meglio e più in fretta dai colpi della crisi. Puntano su innovazione e tradizione. Perché queste imprese si muovono nei distretti, quelle reti d'impresa che rappresentano ancora un vanto per l'Italia.
 
La forza dei distretti

Un report di Intesa Sanpaolo snocciola dati che descrivono un'oasi di solida ripresa.Tra il  2014 e il 2015 il fatturato delle imprese che fanno parte dei distretti è cresciuto in media dell’1,9% all'anno.
Se a prima vista può non sembrare una cifra eclatante, occorre ricordare che i distretti non sono isole ma strutture che si muovono pur sempre all'interno dell'economia nazionale e internazionale. Facendo un confronto con le altre imprese, emerge tutta la forza di quelle interne ai distretti: tra il 2008 e il 2015 sono quasi 6 i punti percentuali di crescita in più. Performance che hanno consentito di recuperare quanto perso durante la crisi e di tornare ai livelli del 2008, sia in termini di fatturato che di margini. Obiettivi che, per la maggior parte della altre imprese, sono ancora un miraggio.
 
Incassato il recupero, le aziende dei distretti sono pronte a prendere slancio. Tra il 2016 e il 2017, il progresso medio annuo sarà del 2,7%. Quali sono i propulsori? L'attenzione verso l'estero, innanzitutto. Le imprese dei distretti esportano di più (il 38,4% contro 29,4%) e hanno più partecipazioni in aziende estere (in un quarto dei casi). E poi sono più innovative, grazie alla registrazione di 50 brevetti ogni 100 imprese (contro i 42 delle non distrettuali). La solidità si trasferisce sull'occupazione. Non solo perché sono tornate le assunzioni, ma anche perché si è assistito a una maggiore tenuta anche nei momento più difficili.
 
Da chi è composta la nuova "classe media"?

Alla crisi economica, tra le altre cose, si imputa il fatto di aver eroso il ceto medio. Eppure, nello stesso periodo, emerge una nuova classe media di imprese. Aziende dei distretti che hanno saputo fare meglio del già positivo ambiente che le circonda. Perché sono state capaci, sempre nel periodo nero 2008-2014, di crescere del 10%, di rafforzare il patrimonio, incrementare la redditività e assumere (con l'occupazione aumentata del 5%).
 
Sulle imprese della nuova classe media non pesa l'altro grande cruccio italiano: la produttività. A fronte di un +5,1% del costo del lavoro, hanno generato una crescita del valore aggiunto del 7,7%. Ne ha tratto beneficio anche la redditività, con il ROE cresciuto dell’1% e il ROI dello 0,2%. La patrimonializzazione, sempre nello stesso periodo, segna +26,6%.
 
I segni + non sono però omogenei. E, oltre le medie matematiche, vanno sottolineate ancora alcune criticità: le imprese più piccole, ad esempio, hanno sofferto e soffrono di più. I livelli del 2008 sono ancora lontani. I tempi di pagamento delle fatture si stanno accorciando, ma ampie fasce di imprese restano esposte ai debiti bancari a breve termine. Una gestione finanziaria che pesa anche quando quella industriale è sana.
 
Il reshoring: dalla delocalizzazione alla rilocalizzazione

Non ci sono solo imprese che delocalizzano. La bontà dei distretti, il know-how e le sacche di ripresa stanno dando vigore al fenomeno del cosiddetto reshoring (rilocalizzazione), ovvero il ritorno di imprese che, in passato, avevano deciso di spostare la produzione all'estero. I casi più noti sono Piquadro e Nannini (produttrici di borse e valigie nel polo fiorentino della pelle). Ma anche Safilo, Geox e Bottega Veneta sono tornate a produrre in Italia. Un fenomeno che non riguarda solo i distretti (basti pensare a Furla o Beghelli) ed è capace di attivare un circolo virtuoso grazie al quale anche imprese estere hanno trasferito le proprie fabbriche in Italia. L’Oreal, ad esempio, ha trasferito due linee dalla Polonia a Settimo Torinese. Whirpool ha riportato in Italia le attività di Cina, Turchia e Polonia. Lamborghini ha preferito Sant’Agata Bolognese a Bratislava per la produzione del Suv Urus.