Petrolio: il prezzo scende e salgono le scorte. La situazione non tende a sbloccarsi. Secondo il Ceo di British Petroleum Bob Dudley entro la metà del 2016 i produttori avranno riempito i propri depositi di petrolio e in effetti già oggi i serbatoi di stoccaggio lamentano problemi per l’eccesso di offerta.
Questo perché, nonostante il forte calo della domanda, i Paesi Opec non hanno voluto mettere un freno alla produzione. Al contrario, Iraq e Arabia Saudita su tutti hanno incrementato il proprio output e l’Iran sta valutando un piano per far crescere il proprio export di oro nero.
Fino a pochi giorni fa l’accordo tra produttori, che mette in difficoltà soprattutto Russia e gli americani dello shale oil, sembrava un miraggio. Ora a quanto pare i membri dell’Opec sembrano disposti a sedersi attorno a un tavolo, anche se pare ancora improbabile un taglio alla produzione.
 
Stime e aspettative disattese
Nell’ottobre del 2014, quando le quotazioni erano tra gli 80 e i 90 dollari al barile, la Banca Mondiale aveva previsto un prezzo medio di 96 dollari al barile nel 2015. Oggi sappiamo che questa stima è stata completamente errata. Da giugno il greggio ha perso il 50% del suo valore e ha trascinato con sé anche il mercato azionario, fatto abbastanza inusuale. C’è uno sbilanciamento tra i Paesi sviluppati, ormai con la pancia piena di petrolio, e gli emergenti che di solito acquistano merci e servizi da quelli avanzati. Ma essendo spesso loro stessi esportatori di petrolio, come Venezuela e Nigeria, o come l’Arabia Saudita, entrano in una spirale negativa perché in questo momento non hanno liquidità per acquistare dai Paesi avanzati.
 
La frenata cinese
A complicare il tutto ci si è messo il rallentamento della crescita cinese, che per anni è stato il principale importatore di greggio del mondo e ha permesso di mantenere in equilibrio domanda e offerta anche dopo che gli Stati Uniti hanno avviato l’estrazione di shale oil. Secondo l’Eia, il Dipartimento dell’Energia Americano, tra il 2011 e il 2015 la Cina ha avuto un impatto su più del 40% dell’aumento dei consumi di combustibili liquidi globali, ma tra il 2016 e il 2017 il suo contributo scenderà al 22%. Questo perché l’economia cinese sta cambiando pelle e sta puntando a un modello incentrato su consumi privati e sui servizi.
 
Settori svantaggiati e settori avvantaggiati
Il petrolio così basso è un danno per quasi tutti, che siano governi, consumatori o investitori. È un danno soprattutto per le società e i paesi che lavorano nel campo petrolifero, ma anche per chi è collegato a loro, come chi produce strumenti energetici per esplorazione e produzione. Anche le compagnie dell’energia pulita vengono colpite da questo calo, perché con il greggio a prezzi vantaggiosi si abbassa anche l’interesse per questo business.
D’altro canto, alcuni comparti come l’automotive, l’agricoltura e il chimico traggono vantaggio da questa situazione. Il prezzo del petrolio per loro è un costo fisso durante la fase di produzione ed è un costo di gestione alto per gli acquirenti dei loro veicoli o dei loro servizi.