Dopo un periodo carsico, ecco ripresentarsi lo spettro Grexit, l'uscita di Atene dall'euro. Con alcune caratteristiche comuni rispetto alla precedente crisi (mai finita) e alcune novità. L'equilibrio politico è mutato, con le istituzioni europee più forti e il premier Alexis Tsipras senza il medesimo sostegno popolare. Sono tornate le proteste di piazza, cui si aggiunge l'immigrazione. L'uscita dalla Grecia dall'euro è davvero un rischio concreto?

 
Cosa è cambiato rispetto al 2015
È passato poco più di un anno da quanto Alexi Tsipras ha ottenuto la carica di primo ministro. Un incarico che ha conservato fino a oggi, salvo un intervallo di un mese tra la fine di agosto e la fine di settembre. Tornato in sella dopo le elezioni anticipate, Tsipras ha abbassato i toni nei confronti dell'Europa e avviato una serie di riforme che, secondo i creditori, sono l'unica strada possibile per avere nuove tranche di aiuti e la tanto attesa (e ancora lontana) ristrutturazione del debito. Le logiche economiche non sono molto diverse da quelle di un anno fa. Anche se la Troika non è più tale (a Commissione europea, Fmi e Bce si è aggiunto lo European Stability Mechanism) la Grecia deve passare da continue mediazioni. Lo spazio di manovra è però ridotto, perché i greci hanno comunque la necessità di incassare gli 86 miliardi previsti dal piano di assistenza triennale. 
 
Immigrazione e pensioni: i nuovi nodi
La Grecia non è mai tornata realmente in salute. Ma da tempo non si vedeva uno sciopero generale come quello del 4 febbraio. Le proteste sono rivolte soprattutto alla dura riforma delle pensioni. La previdenza assorbe il 17,5 del Pil, una quota senza pari in Europa. E i creditori pretendono un calo dell'1%, pari a 1,8 miliardi di euro. Il programma prevede l'innalzamento dell'età pensionabile a 67 anni per uomini e donne. La lista dei lavori usuranti è stata ridotta e, anche in questi casi, l'età pensionabile sarà elevata da 55 a 62 anni. L'incasso di un assegno previdenziale è pieno con 40 anni di contributi (e non più 35). Ma anche chi avrà lavorato per quattro decenni incasserà meno: il 54% dell'ultimo stipendio e non il 96% come oggi. Sempre a patto che non si superino i 2300 euro, soglia massima per la pensione, inferiore rispetto agli attuali  2700 euro. Si media su un altro punto: il governo greco vorrebbe ottenere 500 milioni (su 1,8 miliardi) dall'aumento dei contributi dell'1,5%. Una scelta che l'ex Troika avversata perché graverebbe sul costo del lavoro e, quindi, sulla ripresa.
Oltre alle pensioni c'è il nodo migranti. La Grecia è uno dei Paesi più esposti. E non ha i mezzi per gestire l'immigrazione. La Commissione europea contesta a Tsipras uno scarso impegno sul tema nonostante abbia incassato 2 miliari stanziati ad hoc da Bruxelles. Il tutto accompagnato dal crollo della borsa di Atene, che in poco più di un mese ha perso circa un terzo della propia capitalizzazione.
 
Il periodo caldo in estate
Lo scorso anno, una delle maggiore preoccupazione dell'Europa consisteva nel fatto che le proteste di Tsipras potessero fomentare una reazione a catena in altri Paesi. Oggi il leader di Syriza è più debole perché non ha, né all'interno del Paese né nel resto d'Europa, lo stesso appoggio popolare di cui ha goduto nel 2015.  Forti di una posizione più salda, le istituzioni europee restano intransigenti ma non sembrano voler ricorrere ai toni da ultimatum della scorsa estate. Questo non significa che i problemi siano superati, ma che l'uscita delle Grecia dall'euro non è una prospettiva così prossima.  
Come già nel 2015, sarà decisiva l'estate. A luglio la Grecia dovrà fronteggiare il problema immigrazione assieme a quello debitorio. La stagione calda porterà al rafforzamento delle ondate migratorio. Proprio mentre Atene dovrà rimborsare ai creditori 3,5 miliardi di euro.  Allora si capirà se il rischio sarà concreto. E se per Grexit si intenderà un'uscita dall'euro o dall'area Schengen.