Quantitative Easing, prezzo del petrolio in picchiata, aumento dei tassi della Federal Reserve. Sono i tre cardini attorno ai quali è ruotata l’economia mondiale del 2015, e di sicuro lo saranno anche nel 2016. Ma il prossimo anno bisognerà guardare anche alla salute dell’economia della Cina, i cui effetti potrebbero farsi sentire a livello globale.

 
Era gennaio 2015 quando Mario Draghi, governatore della Banca Centrale Europea, annunciava il Quantitative Easing, il suo piano di acquisto di titoli per far ripartire l’economia europea. Il piano di Draghi è cominciato a marzo 2015 e sarebbe dovuto durare fino a settembre 2016 al ritmo di 60 miliardi di euro di acquisti al mese. A dicembre 2015 la BCE ha approvato la fase 2 del QE, allungando gli stimoli monetari fino a marzo 2017, estendendo l’acquisto anche ai titoli emessi dagli enti locali e mantenendo i tassi vicino allo zero. Nel corso del 2016 si cercherà ancora di capire se l’intervento della BCE farà ripartire o meno la malandata economia europea. Così come, dall’altra parte del mondo, si attendono i risultati positivi della politica espansiva della Banca del Giappone.
 
Sul fronte opposto, per tutto il 2015 si è attesa la decisione della Fed, la banca centrale americana, di alzare i tassi di interesse. La decisione alla fine è arrivata, il 16 dicembre 2015, con l’aumento tra lo 0,25 e lo 0,50 per cento. Wall Street ha tirato un sospiro di sollievo. Quello che ci si aspetta per il 2016, così com’è stato scritto nel comunicato del comitato di politica monetaria della Fed, è un «aumento graduale» del costo del denaro. Al contrario del Vecchio Continente, l’economia americana si avvia verso una solida ripresa. La Fed ha confermato la crescita del Pil del 2,1 per cento. E il dollaro forte del 2016 potrebbe avviarsi verso il ribasso.
 
Non dovrebbero esserci stravolgimenti anche nel prezzo del petrolio, che durante il 2015 ha fatto l’altalena, pur restando ben sotto i 100 dollari al barile. Anche per il 2016 non si dovrebbe tornare ai livelli di prezzo pre 2014. La minaccia di un prolungato eccesso di offerta, che potrebbe aumentare con la rimozione delle sanzioni imposte all’Iran, ha già convinto Moody’s a tagliare le previsioni del 2016 sui prezzi del Brent da 53 a 43 dollari al barile e quelle sul Wti da 48 a 40 dollari. L’eccesso di offerta di petrolio e materie prime e il crollo dei prezzi hanno avuto effetti nefasti sulla bilancia dei pagamenti dei Paesi emergenti che sono esportatori di questi prodotti.
 
Il 2015 è stato caratterizzato proprio dal peggioramento della congiuntura economica dei Paesi emergenti. Segnali economici negativi sono arrivati soprattutto dalla Cina, con il crollo dei mercati finanziari e la svalutazione dello yaun. La Bank of China ha rivisto la previsione di crescita per il 2016 al 6,8%, in calo rispetto alla precedente previsione del 6,9 per cento. Una battuta d’arresto cinese di certo farebbe sentire i propri effetti su tutta l’economia mondiale, compresi gli Stati Uniti.
 
Il 2015 è stato un anno da dimenticare per l’economia del Brasile, fino a poco tempo fa considerato la nuova America e ora con un Pil in caduta del 3 per cento. Nel 2016, però, le olimpiadi di Rio potrebbero portare investimenti e risultati positivi. Segno negativo nel 2015 anche per la Russia, colpita anche dalle sanzioni europee: il Pil è in declino costante, l’inflazione supera il 12% e i prezzi bassi del petrolio non aiutano. Ma secondo il premier russo Dmitri Medvedev nel 2016 il Paese tornerà a crescere dell’1%.
 
E l’Italia? Le previsioni di crescita ci sono, ma i numeri sono contrastanti. Secondo l’Ocse il nostro Paese crescerà quest'anno dell’1,4%, secondo il Fondo monetario internazionale invece il Pil salirà dell’1,3 per cento. Il presidente del Consiglio Matteo Renzi spera in una crescita superiore all’1,5%. Staremo a vedere.