Dalle corse nei circuiti di Formula Uno a quella in Borsa. A inizio 2016 il Cavallino della Ferrari ha tagliato il nastro della quotazione a Piazza Affari, dopo l’esordio dell’ottobre 2015 a Wall Street. «Per la Ferrari questo è un nuovo traguardo e una nuova partenza», ha scritto Sergio Marchionne, presidente della Rossa e ad di Fiat Chrysler (Fca), sul libro della cerimonia.
L’obiettivo è valorizzare uno dei marchi del lusso made in Italy, che dal 1947 a oggi ha saputo reinventarsi più volte. Raggiungendo la cifra record di 5mila vittorie su strade e piste di tutto il mondo.
 
La “separazione” da Fca
Succederà anche questa volta? La Ferrari si è sganciata dal suo azionista storico, Fiat Chrysler, correndo da sola sui listini. Sul mercato è arrivato l’80% delle azioni. Il restante 10% è di proprietà di Piero Ferrari, figlio del fondatore Enzo; e un altro 10% era già stato quotato a Wall Street nell’ottobre del 2015.
 
Tutti i soci del gruppo, a partire dalla Exor degli Agnelli, hanno ricevuto un titolo del Cavallino per ogni dieci di Fca. La famiglia Agnelli, tramite la holding Exor, resta il primo azionista dell’azienda di Maranello con una quota del 23,5%. Il patto di sindacato fra la Exor e l’erede di Ferrari garantisce il controllo della società in virtù del meccanismo che prevede diritto di voto doppio per i soci stabili, così come è previsto dalla normativa olandese. La sede legale della Ferrari è stata infatti spostata in Olanda.
 
L’obiettivo dello scorporo è generare valore, aumentando la capitalizzazione di Fca e Ferrari. La speranza è che i singoli pezzi possano valere più del totale. In questo modo si potrebbe anche abbattere il debito di Fca, pari a circa 7 miliardi, con parte dei proventi della vendita di Ferrari.
 
La competizione con gli altri marchi del lusso
La valutazione di Ferrari ad oggi è di poco superiore agli 8 miliardi di dollari, con un giro d’affari annuo di circa 3 miliardi. La strategia di Marchionne è che ora la Rossa in Borsa possa giocarsela alla pari con gli altri marchi del lusso. «Ferrari non ha nulla a che vedere con l’automotive», ha detto infatti Marchionne. Non a caso, gli investitori valorizzano il Cavallino ben 26,5 volte gli utili previsti per il 2016.
 
Ferrari oggi esporta il 95% della sua produzione ed è presente in 60 mercati, dopo essere approdata sul mercato indiano nel 2011 e su quello israeliano nel 2012. La produzione resta a Maranello, dove dal 1947 il Cavallino ha sempre prodotto le sue vetture, nonostante lo spostamento della sede legale in Olanda. «Non è pensabile una Ferrari creata e prodotta fuori dalle storiche mura dalla fabbrica di Maranello», ha detto Sergio Marchionne nel giorno della quotazione a Piazza Affari.
 
L’obiettivo è che ora la quotazione in Borsa possa mettere le ali alla Rossa rampante. Ferrari «non soffre della malattia cronica dell’automotive», ha ripetuto Marchionne. È un gigante del lusso, dell’italianità e dell’esclusività. E per mantenere queste caratteristiche, diceva Enzo Ferrari, «faremo sempre un’auto in meno di quel che chiede il mercato». Ora tutto dipenderà dal mercato.