Se le unissimo, le economie di Cina e Giappone supererebbero abbondantemente i 15 mila miliardi di dollari, stando alle stime per il 2015 del Fondo Monetario Internazionale. Insieme all’India sono i due Paesi che trainano il continente asiatico, ma Cina e Giappone sono economie con una struttura diversa, con una storia diversa e, in questo momento, con strategie diverse. Lo si può vedere anche dai comportamenti di Bank of Japan e Banca Popolare Cinese.
Da un lato c’è un’economia più avanzata, che però è fragile e sta attraversando una nuova recessione tecnica. Dall’altro un gigante che ha rallentato la propria marcia, ma che sta cercando le contromisure per tornare a correre.
 
La Bank of Japan attende e osserva
Il governatore della Bank of Japan Haruhiko Kuroda ha spiegato durante il meeting di ottobre che verranno rispettati i target di un aumento dei prezzi al 2% grazie alle misure straordinarie messe in campo con il Quantitative Easing in salsa nipponica, l’Abenomics. Eppure, dopo i dati di novembre, alcuni analisti non ne sono molto convinti.
Gli ultimi dati del Giappone vedono un PIL in calo per due trimestri consecutivi e di conseguenza scatta la recessione tecnica: -0,7% nel secondo trimestre e -0,2% nel terzo trimestre, che porta a un -0,8% annualizzato. Le notizie negative per il Sol Levante arrivano dalle imprese, che hanno segnato un -1,3% negli investimenti di capitale. Opposta la situazione dei consumi interni, che sembrano essere ripartiti raggiungendo un +0,5% sul secondo trimestre.
Eppure la Bank of Japan predica ottimismo e adotta una tattica attendista. Anche perché una ulteriore mossa espansiva potrebbe portare a un deprezzamento dello yen che non gioverebbe all’economia nipponica. Inoltre, verrebbe letta dagli altri Paesi come l’inizio di una guerra valutaria.
 
La Banca Popolare Cinese è pronta a nuovi stimoli
Dopo aver abolito la politica del figlio unico, ora gli obiettivi del piano economico quinquennale sono il processo di urbanizzazione, l’aumento dei consumi interni e la creazione di una classe media stabile e sana. Stando ai dati, il cruccio maggiore di Pechino in questo momento è l’industria: l’indice PMI cinese a ottobre è rimasto a 49,8 punti, sotto la soglia dei 50 punti che rappresenta la linea di demarcazione tra espansione e contrazione economica. Anche l’indice manifatturiero stenta, scendendo al livello più basso dal dicembre 2008. A soffrire sono soprattutto le PMI cinesi, che valgono il 60% del PIL del Paese e i dati sono negativi anche per l’occupazione.
Il sostegno dal governo a un’economia in fase di raffreddamento da diversi trimestri è arrivato sotto forma di tagli ai tassi di interesse: ben sei volte consecutive, l’ultima a fine ottobre. Eppure potrebbe non essere sufficiente, soprattutto se guardiamo all’ambizioso obiettivo di raddoppiare il Pil del 2010 al più tardi entro il 2020. I forti investimenti infrastrutturali messi in campo dal Partito negli anni passati non hanno ancora dato gli esiti sperati e all’orizzonte si stagliano nuove necessità di intervento pubblico. Oltre, ovviamente, a nuove misure di allentamento quantitativo. Alla luce degli ultimi numeri sembra difficile che la banca centrale rimanga ferma ancora a lungo.