Il prezzo del petrolio continua a essere volatile. I Paesi Opec non rallentano la produzione, ma l’affanno dell’economia cinese porterà a una riduzione della domanda. Quale sarà l’effetto sui prezzi? Secondo il report “The New Oil Order” di Goldman Sachs, potrebbe addirittura cadere fino ai 20 dollari al barile. Il surplus di offerta del mercato petrolifero, si legge nel report, «è maggiore rispetto alle nostre attese e ci aspettiamo che questo avanzo continui nel 2016 in conseguenza del nuovo incremento della produzione Opec, di parte di quella non-Opec e della riduzione della domanda innescata dal rallentamento cinese e dall’impatto negativo sugli altri Paesi emergenti».

I Paesi Opec non arretrano 
 
Arabia Saudita, Iraq e Iran trainano la crescita della produzione dei Paesi Opec, che da soli coprono il 40% del fabbisogno mondiale. Con l’eliminazione delle sanzioni prevista dall’accordo sul nucleare, il ministro del Petrolio di Teheran, Bijan Namdar Zanganeh, ha fatto sapere che la produzione iraniana crescerà di 1 milione di barili al giorno.
 
Nonostante i prezzi bassi, per i Paesi Opec sarà possibile mantenere invariata la produzione, avendo un break even point (punto di pareggio) tra i 10 e i 15 dollari. A soffrire di più per il crollo dei prezzi sono invece i produttori americani e russi, con un break even intorno ai 40 dollari al barile. Alcune forme di estrazione potrebbero diventare troppo costose e non economicamente sostenibili. Il report di Goldman Sachs si attende un taglio drastico della produzione nei Paesi non Opec. L’Opec, non a caso, ha aumentato di 190mila barili al giorno (fino a quota 30,31) le stime sulla domanda per il proprio petrolio, abbassando invece di 100mila barili al giorno le stime sulla crescita della produzione dei Paesi esterni all’organizzazione.
 
L’effetto Cina
A settembre l’Opec ha rivisto però al ribasso le stime sulla domanda per il 2016, portandola a 1,29 milioni di barili al giorno (in calo di 50 mila barili). Effetto soprattutto del rallentamento economico nei mercati fino a oggi in forte espansione, come Cina e gli altri Bric. Ma con il prezzo fermo sotto i 50 dollari al barile, la domanda dovrebbe tornare a crescere in Europa e Stati Uniti. Ecco perché l’Opec ha alzato di 80 mila barili al giorno le stime della domanda del 2015. La richiesta complessiva di greggio prevista per quest’anno è pari a 92,79 milioni di barili al giorno. Il mondo avrà ancora bisogno del petrolio dell’Opec, dicono dalla Iea, l’organizzazione internazionale dell’energia.
 
Il crollo dello shale oil
Nel suo report di settembre la Iea ha stimato che il crollo dei prezzi potrebbe spingere i produttori non Opec, in Usa, Russia e mare del Nord, a tagliare la produzione di mezzo milione di barili al giorno, il declino maggiore dalla caduta dell’Unione sovietica. «Continuiamo a vedere lo shale oil americano come la fonte di regolazione dell’offerta a breve termine», dicono gli analisti di Goldman Sachs. Anche secondo l’Iea, con il crollo dei prezzi e la riduzione degli impianti di perforazione, la produzione di shale oil il prossimo anno calerà del 9%. Il surplus di produzione potrebbe essere così arginato e i prezzi potrebbero tornare a cresce.