Default, ristrutturazione del debito, appello ai creditori. Sembra la Grecia ma non lo è. Perché Atene non è l'unica capitale alle prese con un possibile fallimento. Il governo Tsipras ha, per ora, allontanato la bancarotta. Ma ci sono altre nazioni che stanno ancora trattando e altre che hanno già dovuto affrontare il crac.

Porto Rico 
 
Lo Stato deve far fronte a un debito, che il governo ha definito “non più rimborsabile”, da 70 miliardi di dollari. Ha superato il 100% del PIL lo scorso anno. Rispetto alla Grecia, quindi, si tratta di cifre più contenute. Il problema però è ingigantito dal particolare status legale. Porto Rico appartiene al territorio americano ma non è uno degli Stati Uniti. Non può quindi accedere alla “bancarotta assistita”, come ha fatto la città di Detroit. Allo stesso tempo, non essendo uno Stato sovrano, non può attingere agli aiuti del Fondo Monetario Internazionale. In sostanza, il governatore Alejandro Garcia Padilla deve tentare la strada della ristrutturazione del debito, senza però poter usufruire di prestiti o nuovo debito. La strada per il salvataggio è molto stretta.
 
Ucraina
Abbattuta da una guerra alla porte dell'area euro, l'Ucraina ha ammesso, per bocca del suo premier, di “non essere in grado di ripagare i debiti contratti negli ultimi tre anni”, durante i quali lo Stato ha ricevuto circa 40 miliardi di dollari. Standard&Poors ha abbassato il rating da CCC- a CC con outlook negativo. Una delle scadenze più rischiose arriverà a dicembre: Kiev deve rimborsare alla Russia un prestito da quasi 3 miliardi. Le tensioni con Putin non faciliteranno di certo un accordo su proroghe o ristrutturazioni. Anche se l'ombra del fallimento potrebbe essere ancora più vicina: da qui al 23 settembre, l'Ucraina deve reperire circa 500 milioni.
 
Cipro
Molti cittadini europei hanno inziato a sentir parlare di bank run durante la crisi di Cipro, anno 2013. Dal punto di vista finanziario, l'intervento dell'UE nell'isola è stato ridotto: il negoziato, che allora venne definito “duro” ma che non è nulla se confrontato con quello Germania-Grecia, si chiuse con aiuti per 10 miliardi. In cambio, l'Europa pretese un'intensa ristrutturazione del sistema bancario. Laiki, il secondo istituto del Paese, venne smembrato con la creazione di una bad bank, dove far confluire i depositi sopra i 100 mila euro. Di fatto, con il prelievo forzoso dai conti correnti per salvare banche e Paese, s'impone per la prima volta il bail-in, un sistema che attinge alle risorse degli istituti in caso di default.   
 
Islanda
In principio fu l'Islanda. Nel 2008 il Paese meno popoloso d'Europa fu il primo a dover affrontare il nodo default. Il debito pubblico era vicino ai 50 miliardi, per l'80% in mano alle banche del Paese. Un'eccessiva dipendenza che venne fuori al collasso degli istituti. I numeri assoluti sono contenuti, ma acquisiscono un peso enorme se confrontati con PIL islandese, che nel 2007 era di 8,5 miliardi. La moneta locale, la corona, perse il 35% del valore sull'euro. Il potere d'acquisto crollò e il costo dei mutui s'impennò. Il governo fu costretto a lanciare politiche di profonda austerità e fece fronte alle esigenze più immediate grazie un prestito da 5,1 miliardi di dollari (provenienti da FMI, Danimarca, Norvegia, Svezia e Finlandia), che servì anche a ricostruire il sistema bancario.
 
Venezuela
Riserve valutarie ai minimi degli ultimi 12 anni, moneta locale in caduta libera sul dollaro, inflazione eccessiva e PIL in calo dell'8%. Sono queste le condizioni attuali del Venezuela. Secondo Ricardo Hausmann, professore della Harvard University, “non c'è alternativa a un default nel 2016”.  Non è un'opinione isolata. Gli scambi dei credit-default swap indicano una probabilità di bancarotta entro il prossimo anno del 96%: è la più alta al mondo.
 
Ecuador
C'è default e default. Ci sono i fallimenti dovuti alle casse pubbliche e altri che fanno capo al sistema bancario. E poi c'è l'Ecuador. Le risorse non erano ancora estinte, ma il Paese dichiarò irregolari emissioni per 3,5 miliardi. I creditori dovettero farsene una ragione. Anche se poi il governo ricomprò il 90% del debito dai suoi creditori a un terzo del valore. Una manovra che, quanto a effetti,  somiglia più a un haircut (per quanto unidirezionale e non ortodosso) che a una bancarotta. L'economia ecuadoregna si è rialzata nel giro di un tempo relativamente ridotto. Il valore del suo debito è ancora molto lontano dall'investment grade (secondo S&P il rating è B+ con outlook stabile). L'approvvigionamento sui mercati resta complicato, ma il Paese ha potuto contare sulla sua risorsa più importante: il petrolio. La Cina ha sostenuto il governo con prestiti (a tassi salati) in cambio di accordi petroliferi.
 
Argentina
E poi c'è un Paese che concede il bis. L'Argentina ha affrontato due default a distanza di 13 anni. Il secondo è arrivato nel 2014: il Paese non aveva tenuto fede a un credito da 539 milioni. Le risorse (destinate ai creditori che aveva accettato accordi sul debito) c'erano, ma una sentenza di un giudice statunitense le aveva bloccate a causa del ricorso di due hedge fund. NML Capital e Capital Management, dopo aver rastrellato titoli argentini a prezzo di saldo, avevano infatti preteso il rimborso dell'intero importo (1,3 miliardi). Il default del 2014, quindi, rappresentava uno strascico del ben più pesante crac del 2001, causato da bond “non rimborsabili” per 100 miliardi. Le peculiarità del secondo fallimento sono tali che, nel 2015,  lo spread tra tango bond e obbligazione Usa è calato. Un caso unico di flessione di rischio per un Paese in default.