La Grecia ha ripagato il suo debito. O almeno ha iniziato a farlo. Grazie al prestito-ponte concesso dall'UE, il governo Tsipras ha fatto partire un ordine di rimborso da 6,8 miliardi indirizzato a BCE, FMI e Banca Centrale Greca. Il nodo non è sciolto, ma si chiude una fase e se ne apre un'altra. Atene è ancora alle prese con una situazione complessa, rivelata al mondo ormai sei anni fa. Questi, tra elezioni, referendum e negoziati sono i dieci passi compiuti da quel momento fino ad oggi. 
 
1. Ottobre 2009. I parametri di Maastricht prevedono un rapporto deficit/PIL inferiore al 3%. Formalmente il limite è rispettato, ma nel 2009 il governo di Georges Papandreou alza il tappeto sui conti ellenici. Il deficit esplode fino al 12,7%. Frutto (anche) di conti pubblici falsificati per entrare nell'euro dal 2001 in avanti.
 
2. Aprile 2010. Atene ha un debito di 350 miliardi di euro. Non avendo la possibilità di reperire risorse sui mercati a causa dell'ombra del default, chiede il suo primo aiuto internazionale. Stati europei, BCE e FMI elargiscono i primi 110 miliardi, ottenendo in cambio la promessa di un programma di austerità che rimetta in sesto le casse greche.
 
3. Ottobre 2011. L'austerità non dà i frutti sperati e la Grecia torna a chiedere aiuto. L'Europa risponde con un nuovo prestito da 130 miliardi, mentre i creditori privati tagliano il debito da 206 a 107 miliardi. Il piano sarà approvato nel marzo del 2014. La merce di scambio, ancora una volta, è un programma di risanamento finanziario.
 
4. Aprile 2014. La Grecia torna sui mercati e mette a segno, per la prima volta dopo quattro anni, un avanzo primario (cioè un bilancio positivo al netto degli interessi sul debito)
 
5. Dicembre 2014. Quella dell'avanzo primario è una soddisfazione fugace. A dicembre i creditori chiedono nuove misure per sbloccare l'ultima tranche di aiuti. Le proteste, animate da un tasso di disoccupazione che sfiora il 25%, riprendono vigore e la sinistra di Syriza guadagna consensi. Non si dice anti-euro ma pretende di rinegoziare il debito.
 
6. Gennaio 2015. Syriza vince le elezioni puntando su un programma anti-austerità. I volti del nuovo governo sono quelli del premier Alexis Tsipras e del ministro delle finanze Yanis Varoufakis. I creditori concedono al nuovo governo il prolungamento del piano di aiuti del 2014 fino al 30 giugno 2015. Tsipras promette nuove riforme. Ma il tempo stringe. 
 
7. 2 giugno 2015. I creditori avanzano nuove proposte di riforme che non allentano il regime di austerità. I toni tra la parti si inaspriscono. Tsipras parla di saccheggio. Vaoufakis di terrorismo. La cancelliera tedesca Angela Merkel non transige sulla rinegoziazione del debito.
 
8. 27 giugno 2015. I negoziati sembrano arrivati a un punto morto. Tsipras rifiuta un piano europeo che consentirebbe di sbloccare la nuova tranche di aiuti e, senza avvertire le autorità europee, indice un referendum. I greci sono chiamati ad accettare o rifiutare l'accordo. Le banche chiudono e i prelievi vengono contingentati per limitare la corsa agli sportelli. Il 5 luglio i greci dicono “oxi” (no). La Grecia, nel frattempo, è diventato il primo Paese UE insolvente: non ha rimborsato al FMI un prestito da 1,5 miliardi.
 
9. 7 luglio 2015. Dopo il referendum, Tsipras è convinto di avere una forza negoziale maggiore. Ma trova il muro compatto dell'Europa, che chiede nuove riforme, dalla riduzione delle spese militari all'aumento dell'IVA fino a un intervento sulle pensioni. Dopo diciassette ore di negoziati, durante i quali si paventa l'addio all'euro, Tsipras cede in cambio di un piano di salvataggio (il terzo dall'inizio della crisi) da 86 miliardi
 
10. 15 luglio 2015. Il parlamento greco approva il piano di salvataggio. Ma Syriza si spacca, con il ministro Varoufakis (dimessosi) a guidare il fronte anti-Tsipras. Il premier è costretto al rimpasto di governo. Il 20 luglio riaprono le banche e Atene torna a ripagare i suoi debiti. La Grecia è ancora un Paese dell'area euro ma non è ancora salva. Le riforme non sono ancora realtà e la ripresa è lontana.