Il prezzo del petrolio torna a crescere. Rispetto ai minimi di marzo, il costo del greggio è risalito in due mesi di circa il 40%, oscillando tra i 60 e i 65 dollari al barile. Uno dei fattori è la crescita della domanda in Cina, secondo più grande consumatore di petrolio al mondo e primo Paese importatore. La domanda è aumentata anche negli Stati Uniti: davanti ai prezzi più bassi, gli americani hanno incrementato i rifornimenti. Tanto che la stessa Agenzia internazionale dell’energia (AIE) ha alzato le stime della domanda globale di petrolio nel 2015, con una crescita di 1,4 milioni di barili al giorno rispetto agli 1,1 milioni stimati in precedenza. Il ritocco, secondo l’agenzia, sarebbe dovuto alla ripresa economica, al calo dei prezzi del petrolio e a un inverno più freddo dell’anno precedente.
 
Un mercato squilibrato
L’aumento della domanda, tuttavia, non è stato finora sufficiente a riequilibrare il mercato: l’offerta resta sempre in eccesso. I rifornimenti globali di petrolio, come riporta l’AIE, nel mese di maggio 2015 sono diminuiti di 155mila barili al giorno toccando quota 96 milioni di barili al giorno (mbg), ma sono comunque 3 milioni di barili al giorno sopra il livello di maggio 2014. Secondo le stime del governo americano, il secondo trimestre del 2015 potrebbe concludersi addirittura con un surplus di 2,6 mbg.
 
I Paesi dell’Opec hanno deciso di mantenere invariato il plafond di produzione collettiva a 30 milioni di barili al giorno e, secondo l’AIE, i volumi di produzione a maggio sono aumentati ulteriormente a 31,33 milioni (il livello più alto da agosto 2012), mentre la produzione del petrolio saudita nel mese di aprile è aumentata di 10,3 milioni di barili al giorno nonostante il crollo del prezzo del petrolio. L’AIE ha rivisto in aumento anche la produzione dei Paesi non Opec, che dovrebbe aumentare di 1 milione di barili dagli 830mila stimati in precedenza fino a 58 milioni di barili al giorno.
 
I prezzi deboli del petrolio e il calo degli investimenti non si sono tradotti quindi in un calo dell’offerta. Nei mari di tutto il mondo ci sono petroliere che non riescono a trovare acquirenti. Un eccesso di materia prima che in prospettiva potrebbe scatenare un nuovo crollo del prezzo del barile, che negli ultimi mesi ha anche superato i 60 dollari dopo essere sceso a meno di 45 dollari a marzo 2015.
 
Cresce la domanda ma non basta
A crescere invece è la domanda di carburanti, soprattutto oltreoceano. Negli Stati Uniti si registrano tassi di crescita superiori al 3% in un mese. Restano più deboli i consumi in Europa e anche in Italia, dove l’incremento delle vendite nei primi cinque mesi del 2015 è stato solo dello 0,4 per cento. Ma è difficile che la domanda di benzina possa crescere così tanto da coprire l’offerta in eccesso. La guerra tra Paesi Opec e non Opec sulla produzione non si ferma. E pure gli Stati Uniti, grazie alla riduzione del costo di estrazione dello shale oil a circa 20 dollari al barile, non hanno alcuna intenzione di abbassare la guardia.
 
Il nodo Iran
A muovere il range di prezzo del petrolio potrebbe essere anche l’accordo sul programma nucleare iraniano e il possibile ritiro delle sanzioni occidentali sull’Iran dopo quasi quattro anni, che consentirebbe a Teheran di aumentare le esportazioni di petrolio ai livelli del 2011. Il che potrebbe significare un ulteriore aumento dell’offerta sul mercato, che a sua volta potrebbe portare allo scoppio di una guerra al ribasso sui prezzi nel Golfo Persico. Con la curva dei prezzi che tornerebbe a scendere.