Con l’intervento dell’Arabia Saudita in Yemen, il prezzo del petrolio è tornato a crescere. L’instabilità del costo del greggio sarà uno degli elementi che caratterizzeranno il 2015. Ma il range di prezzo in cui l’oro nero si muove resterà di certo più basso rispetto a un anno fa. Colpa del surplus dell’offerta di petrolio, che dall’estate del 2014 in poi ha fatto toccare i prezzi più bassi dal 2009, fino a scendere a 45 dollari al barile nel mese di gennaio 2015. Ma quali conseguenze hanno queste oscillazioni di prezzo?

 Chi è in difficoltà
Partiamo dalle società che lavorano nel settore energetico. Dopo la bancarotta di grandi nomi come la texana Wbh Energy, primo tra gli operatori dello shale oil, molte piccole società che negli Usa hanno finanziato le proprie attività estrattive indebitandosi sono ormai vicine al default. Negli ultimi mesi, Standard & Poor’s ha declassato ben otto società energetiche americane alla categoria junk.
 
In Borsa non va meglio. Molte quotate hanno perso terreno. E anche un colosso come Eni è stato costretto a tagliare i dividendi, a stoppare il programma di buyback e a ridurre del 17% gli investimenti. I produttori di elettricità, come Enel, non se la passano meglio. Vista la volatilità azionaria, molti esperti consigliano di muoversi con prudenza tra i titoli petroliferi.
 
Il crollo del prezzo del greggio si è fatto sentire anche sui cosiddetti Petrostati, i Paesi che dipendono dall’export di petrolio. Un esempio su tutti è costituito dalla difficoltà dell’economia russa dove, secondo le previsioni della Banca centrale di Mosca, nel 2015 il PIL subirà una riduzione del 4,5%.
 
Effetti positivi sui Paesi importatori
Il calo delle quotazioni del greggio potrebbe però favorire Paesi come l’Italia, che dipendono invece dalle importazioni di petrolio. L’incremento del PIL potrebbe portare nuova linfa anche in Borsa, soprattutto tra i titoli che beneficiano della ripresa dell’industria e dei consumi, come alta moda e i grandi marchi del turismo.
 
Secondo il centro studi di Intesa Sanpaolo, infatti, il minore prezzo del petrolio inciderà sulla crescita dei Paesi importatori per 3-4 punti percentuali nel 2015. Più ottimista Mediobanca: con un prezzo medio del barile di 60 dollari, il PIL italiano crescerà dello 0,5%
 
Effetti su consumatori e imprese
La riduzione del prezzo della materia prima significa anche una riduzione del costo dei derivati del petrolio, come benzinagas ed elettricità. È possibile che si assista a un calo dei prezzi anche dei beni non direttamente collegati al petrolio, grazie al taglio del costo della bolletta elettrica e delle spese per il carburante. Potrebbero quindi aumentare sia i redditi realidei consumatori che i profitti delle imprese. Secondo Mediobanca, in Borsa l’impatto sarà positivo sui titoli del cemento e delle autostrade.
 
Il basso livello dei prezzi non si rifletterà però in modo proporzionale sui risparmi dei consumatori italiani. Il costo di benzina e gasolio è infatti influenzato dalle accise, che costituiscono circa il 60% del prezzo finale. Neppure l’adeguamento dei beni collegati al carburante è così automatico: secondo i dati del ministero dello Sviluppo economico, il loro costo è calato del 20%, a fronte di una riduzione del greggio del 50%.
Il rischio più consistente è legato alla deflazione. Il calo del petrolio rappresenta un freno al tanto atteso rialzo dei prezzi.

E alla fine il prezzo del petrolio tornerà a crescere

L’input alla deflazione è un rischio concreto. Ma con il tempo il prezzo del greggio dovrebbe tornare a salire. Un barile più leggero dovrebbe, infatti, tradursi in risparmi per i Paesi importatori. Di conseguenza, potrebbe aumentare la capacità di spesa e di investimento di consumatori e imprese. Anche nel settore energetico. E a una domanda maggiore corrisponderà un adeguamento dei prezzi.
Non a caso, alcune società di produzione del greggio, come Chevron, stanno già pensando a investire in nuovi progetti di estrazione.