L'Eurozona non è guarita e la Grecia è ancora convalescente. Ma la comune convinzione che i tempi dell'austerità ortodossa debbano essere superati, apre a nuove opportunità. 
 
La deflazione in Europa
Per evitare di cadere in una spirale deflattiva, la BCE ha reagito con il Quantitative Easing. Nonostante le resistenze della Bundesbank, la banca centrale tedesca, i fatti raccontano che il calo dei prezzi non riguarda solo i Paesi in recessione, ma ben dieci Stati su 19. Compresi Germania, Belgio e Lussemburgo. Si tratta, in parte, di un effetto dovuto al calo del greggio. Il petrolio a un costo più basso non è di per sé una cattiva notizia per Paesi importatori come quelli dell'area UE. Il vero problema si annida nella debolezza della domanda aggregata.

 
In assenza di prospettive certe, il mercato del lavoro non ha ricevuto il sostegno necessario e i prezzi dei beni di consumo sono calati. Le famiglie, quando possibile, preferiscono ancora il risparmio alla spesa. Fino a quando è stato possibile, la BCE ha tentato di interrompere la spirale deflattiva con strumenti convenzionali: il calo dei tassi di riferimento. Quando però i tassi sono a zero senza aver avuto effetti sui prezzi, i rischi si moltiplicano: la domanda aggregata sfocia in deflazione e i tassi reali tornano a salire. Uno scenario che deprime ulteriormente consumi e investimenti. Ecco allora la necessità del QE, un'opportunità che l'area euro non può sprecare.  
 
Il presidente della BCE, Mario Draghi, spera infatti in un triplice effetto:
  • Stimolare l'inflazione, in modo da arginare il rialzo reale dei tassi;
  • Alleggerire il peso del debito sugli Stati membri, grazie all'acquisto diretto di titoli;
  • Deprezzare l'euro per spingere l'export.
Come ripetuto spesso dallo stesso Draghi, il QE pone condizioni favorevoli ma non risolve il problema della domanda interna.
 
Grecia, luce in fondo al tunnel?
In un'Eurozona debole, il grande malato è ancora la Grecia. Per una famiglia, la condizione ideale è un indebitamento pari a zero. Le economie moderne funzionano diversamente: non possono fare a meno del debito pubblico. Non si tratta solo della capacità di ripagare i titoli arrivati a scadenza, ma è necessario garantire affidabilità anche sulle future emissioni. Ed è questo il problema di Atene: gli investitori chiedono alla Grecia un premio di rischio insostenibile (dal 16% per le emissioni a tre anni al 9% per quelle a dieci anni). Per fortuna, però, il 75% del debito ellenico è detenuto da enti pubblici (Fondo europeo di stabilità finanziaria in primis), che offrono condizioni assai più vantaggiose: le cedole sono state ridotte e il debito diluito. Risultato: nel 2014, la Grecia ha avuto una spesa per interessi sul debito pari al 4,3% del PIL, meno di Portogallo (5%) e Italia (4,7%). Una situazione che pare sostenibile, tanto più che l'economia greca è tornata a crescere dopo tre trimestri negativi, sta registrando un surplus delle partite correnti da 18 mesi e ha chiuso il 2014 con il maggiore saldo primario dell'Eurozona.
 
Parola ai governi
La buriana non è ancora alle spalle. E la popolazione greca è stremata da anni di ristrettezze. Ma uno scontro frontale tra il nuovo governo e l'UE sarebbe un errore imperdonabile. Anche perché non è più il tempo dell'austerità a tutti i costi. Si stanno creando le condizioni favorevoli a ulteriori concessioni: riscaglionamento del debito, riduzione delle cedole e obiettivi di avanzo primario più miti sembrano rivendicazioni accettabili.
 
Per la Grecia, come per gli altri Paesi, vale (anche se in misure diverse) lo stesso principio: il contesto creato dalla BCE e dalle altre istituzioni europee è solo un foglio bianco. Spetta agli Stati scrivere una nuova storia che contribuisca a superare i persistenti squilibri dell'Eurozona.