A distanza di anni dalla loro introduzione, le criptovalute continuano a generare preoccupazioni nel mercato, soprattutto sotto il profilo della sicurezza nelle transazioni. Se però il mining (la produzione di criptovalute) richiede complesse operazioni matematiche e software appositi, ed è di dominio quasi esclusivo di operatori specializzati, gli investimenti sono invece diffusi anche tra il grande pubblico.
Il bitcoin, oggi valutato intorno ai 7mila dollari, nel periodo di massima espansione era quotato a quasi 20mila dollari.
 
Il silenzio della legislazione italiana

Le zone oscure di questo mercato sono aggravate dalla mancanza di una normativa chiara. Non è un caso che gli imprenditori italiani di questo settore lavorino perlopiù all’estero. Paesi che hanno regole chiare a delimitare i rischi civili e penali, costituiscono porti molto più sicuri rispetto al nostro Paese. Un esempio dei rischi è rappresentato dai token. In altre nazioni, come Malta o la Svizzera, è stabilito che solo i security token, legati all’andamento di una società, devono ricadere sotto la normativa degli asset di investimento. Gli utility token, ossia quelli creati per essere utilizzati per l’acquisto di beni in un circuito determinato (come un supermercato), ne sono invece espressamente esclusi. Al contrario, in Italia non esistono disposizioni di questo tipo e chi emette utility token è assoggettato al rischio, anche penale, di essere individuato come società che fa raccolta di pubblico risparmio senza averne l’autorizzazione.


Il divieto delle app di mining imposto dai Big del web

D’ora in poi, dai device iOS e Android non sarà più possibile scaricare applicazioni in grado di generare valute virtuali. Il divieto, deciso da Google attraverso una modifica delle proprie politiche, segue a distanza di un mese l’analoga decisione presa da Apple.
Se però per Apple il problema è nel dispendio energetico dell’utilizzo di un iPhone o un iPad per coniare criptovalute, nel caso di Google il divieto sembra collocarsi sulla scia del bando alle inserzioni ingannevoli sulle offerte iniziali di monete virtuali (ICO).
Infatti queste pubblicità, che promettono guadagni immediati, irrealizzabili, in cambio dell’acquisto di criptovalute, sono state proibite dapprima da Facebook e sono state poi estromesse anche dal colosso di Mountain View nel maggio 2018.
 

Ancora ammesse le app che fanno da portafoglio elettronico

Il divieto, comunque, riguarda solo le applicazioni che consentono di generare direttamente criptovalute: Apple continua a consentire le app di mining che effettuano le operazioni all’esterno del dispositivo, ad esempio attraverso il Cloud, mentre per Google le app di gestione da remoto del mining sono ammesse, purché offerte da sviluppatori iscritti come organizzazioni.
 

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