La fame nel mondo non è una questione legata alle risorse disponibili, come si può facilmente notare da alcuni numeri da paura (nel senso negativo del termine purtroppo): su 7 miliardi e mezzo di persone, 815 milioni possono permettersi di mangiare solo una manciata di riso al giorno. Un trend in ascesa purtroppo, secondo il rapporto Fao, Ifad, Unicef, Wfp, Who, perché nel 2016 sono stati registrati 38 milioni di affamati in più che del 2015. Eppure, stando a quanto afferma la ONG Action Contre la Faim, oggi la nostra industria alimentare può arrivare a nutrire correttamente 10 miliardi di persone sulla terra. È solo un problema di scelte.
 
La prossima sfida: più cibo con meno impatto ambientale

Nel 2050 sfioreremo i 10 miliardi di persone, con una crescita imperiosa dell’Africa. Secondo la Fao bisognerà aumentare la produzione di cibo del 50% rispetto ai ritmi attuali, possibilmente limitando l’impatto ambientale dei processi produttivi. Per questo motivo molte aziende chimiche stanno potenziando il proprio settore di Ricerca e Sviluppo per costruire in laboratorio il cibo del futuro senza dover potenziare gli allevamenti intensivi, che già ora lavorano a pieno ritmo.
 

Il futuro del cibo tra laboratori e insetti   
        
Per esempio in Finlandia alcuni ricercatori hanno prodotto proteine in provetta partendo da energia rinnovabile. Negli USA, sfruttando un protocollo simile, sono allo studio metodi per moltiplicare gli albumi senza l’utilizzo delle galline. C’è poi chi, come gli esperti della Fondazione Bill&Melinda Gates, sta sperimentando soluzioni per ottenere soddisfacenti incroci tra bovini e polli, in modo da avere razze di bestiame estremamente produttive per aiutare i Paesi più poveri e densamente popolati come quelli africani. Ma soprattutto, come già anticipato a Expo Milano 2015, il cibo del futuro saranno gli insetti grazie all’alto contenuto nutrizionale e proteico e alla loro fortissima adattabilità in qualsiasi condizione. Infatti si stanno moltiplicando gli allevamenti.
                                                                                                                                                                                   
 
Perché la fame non è una questione di disponibilità del cibo

Yemen, Siria, Ciad, Repubblica Centrafricana, Repubblica Democratica del Congo, Nigeria, Niger, Sudan, Libia, Afghanistan da un lato. Etiopia, Somalia, Senegal, Mauritania, Burkina Faso, Pakistan, Bangladesh, Myanmar, Mongolia e vaste aree rurali dell’India dall’altro. Le crisi alimentari non sono causate da un’effettiva mancanza di cibo, ma da guerre, catastrofi climatiche, inondazioni, tsunami e altissimi tassi di povertà che bloccano le vie di comunicazione, distruggono le infrastrutture e fanno impennare il costo del cibo. Basti pensare che in Siria, dall’inizio del conflitto tra ribelli e forze governative, il prezzo del cibo è schizzato dell’800%. Per evitare queste disparità serve ripensare il modello di sviluppo del nostro pianeta, troppo sbilanciato in favore dei Paesi avanzati. La Commissione Europea solo nel 2016 ha stanziato 750 milioni di euro, confermandosi come il più generoso donatore del mondo. Anche Unicef investe molto nelle infrastrutture e nell’accesso ai servizi. Ma finché avremo da un lato oltre 800 milioni di persone in stato di malnutrizione e dall’altro 600 milioni di persone obese e 1,3 miliardi di persone in sovrappeso, questo equilibrio tra Paesi avanzati e Paesi in via di sviluppo non verrà mai trovato.


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