Tra euforia e pericoli, la febbre dei bitcoin è alta. Il valore della criptovaluta più famosa al mondo sale e scende come se fosse sulle montagne russe. Sfiorando massimi e scendendo in picchiata, facendo guadagnare e mandando in fumo centinaia di miliardi di dollari.
 
C’è chi però vede il rischio bolla proprio dietro l’angolo. Il premio Nobel per l’economia del 2013, Robert Shiller, ha recentemente indicato la criptovaluta come uno degli irrational exuberance con cui ha descritto il comportamento che genera bolle speculative. E in tanti hanno paragonato la febbre da bitcoin alla bolla delle dot.com di fine anni Novanta.
 
La speculazione ha raggiunto un livello tale che basta aggiungere la parola blockchain al nome di una società per vedere volare i prezzi delle azioni. Lo scorso 27 ottobre la On-line Pcl, incubatore d’azienda quotata a Londra, aveva messo blockchain nel proprio nome vedendo salire il titolo del 393%. E lo stesso ha fatto di recente una società americana che fa limonate: è bastato mettere blockchain nel nome per vedere le proprie azioni schizzare del 503% in pochi minuti.
 
È proprio quello che successe negli anni Novanta con le dot.com. Allora bastava mettere ‘.com’ nel nome di una società e quotarla per vedere le azioni schizzare. Nessuno sapeva cosa fosse esattamente il business di internet, ma sembrava un treno imperdibile. Fu una bolla.
 
Nell’ultimo anno, i bitcoin sono cresciuti del 1.400%. La domanda è: è una bolla che può scoppiare da un momento all’altro o c’è la possibilità che il prezzo continui ancora a crescere per poi stabilizzarsi senza crollare? Bisognerebbe capire se il bitocoin possiede o no un valore intrinseco. Ma anche su questo gli esperti sono divisi: chi ritiene che siano solo un bene speculativo che non ha un vero utilizzo nel mondo e chi invece pensa che diventeranno uno strumento economico sempre più frequentemente utilizzato. Proprio la tecnologia della blockchain e le sue tante possibili applicazioni, come l’archiviazione dei dati sanitari, fanno pensare che questa innovazione sia qualcosa di concreto. Il fenomeno, insomma, sembrerebbe più complesso di una semplice bolla.
 
Secondo il Guardian «ci sono buone ragioni per restare calmi: gli investitori più importanti hanno appena iniziato a mostrare interesse verso un mercato che fino a questo momento è stato dominato da cryptonerd. Molti inoltre sottolineano come le azioni in aziende tech durante la bolla delle dot.com avessero raggiunto i 2,9mila miliardi di dollari; mentre oggi la capitalizzazione totale dei bitcoin è attorno ai 170 miliardi; il che potrebbe indicare che c’è ancora parecchio spazio per crescere».
 
Certo, i rischi ci sono. Compreso il fatto che i bitcoin siano in larga parte posseduti da poche persone. Basterebbe che una delle “balene”, ovvero uno dei mille investitori che da soli possiedono circa il 40% del totale, decida di vendere per innescare il classico effetto domino che fa crollare il prezzo all’improvviso. E la recente quotazione sul mercato dei future, come ha scritto il Time, fa pensare che adesso si può scommettere non solo sulla crescita del prezzo ma anche sul calo.
Sul medio-lungo termine nessuno può prevedere cosa succederà. Il 2018 dovrebbe essere, secondo molti analisti, l’anno della verità.

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