Torna la Web Tax. Dietro queste due parole si celano in realtà diverse proposte, anche molto diverse tra loro ma con un intento comune: introdurre una qualche regolamentazione fiscale delle imprese online. Imprese che optano per sedi in Paesi con trattamenti fiscali favorevoli ma operano di fatto in tutti i principali Stati del mondo (Italia compresa).
 
Cosa dice la proposta

L'ultima proposta è di Francesco Boccia (Pd), presidente della commissione bilancio della Camera. In un emendamento alla cosiddetta “manovrina” (cioè l'insieme di norme che accoglie i correttivi finanziari richiesti dall'Ue) dello scorso 22 maggio, formula una “Procedura di cooperazione e collaborazione rafforzata”.

Già dal titolo dell'articolo uno si nota il carattere della norma: non si tratta di una legge coercitiva. L'obiettivo è introdurre un sistema preventivo, che favorisca l'accordo tra multinazionale e Fisco. Meno controlli e meno lunghe cause giudiziarie (come quella da 306 milioni tra Agenzia delle Entrate e Google), ma la promozione a intavolare una trattativa che consentirebbe (questo è il vero incentivo) di dimezzare le eventuali sanzioni sui periodi d’imposta precedenti.
 
A chi si rivolge

La possibilità di accedere a un tavolo di contrattazione è riservato alle imprese che abbiano una “stabile organizzazione” nel Paese: l'espressione indica la presenza di un'attività concreta e continuativa. Sottolinea, in altre parole, un'attività di fatto che non sarebbe quindi aggirabile con un semplice trasferimento della sede. Dal punto di vista contabile, invece, l'emendamento si rivolge a società con un fatturato consolidato superiore al miliardo di euro e con ricavi “da cessione di beni e servizi” in Italia oltre i 50 milioni di euro.
 
Il confronto con le altre “Web Tax”

L'esigenza di una web tax, visti gli enormi profitti delle internet company (a fronte di tasse minime), è condivisa. Ma tradurre il principio in norma non è semplice. Già nel 2013, era stato sempre Francesco Boccia a proporre un'altra versione, molto più rigida e severa dell'attuale. La legge (mai approvata) avrebbe costretto le multinazionali ad aprire una partita Iva in Italia perché vincolava al possesso di partita Iva la vendita di spazi pubblicitari nel Paese.

La proposta, però, ha ricevuto aspre critiche, soprattutto perché avrebbe distinto il mercato italiano da quello internazionale, con conseguenze negative sugli investimenti provenienti dall'estero e sulle imprese (come quelle editoriali) che vivono di pubblicità. Poco dopo, i deputati di Scelta Civica, Stefano Quintarelli e Giulio Sottanelli, sono stati i primi firmatari di un'altra forma di web tax (anche questa bocciata): prevedeva una ritenuta alla fonte del 25% sulle “transazioni digitali” (cioè sui beni venduti in Italia da una multinazionale con sede all'estero).

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