Social network e servizi finanziari digitali: due settori che crescono in fretta. E non possono fare altro che incrociarsi. Messi assieme aprono un comparto tutto nuovo, quello dei social payment: piattaforme, bacheche e chat di messaggistica stanno diventando un luogo di condivisione, conversazione ma anche di trasferimento di denaro.
 
Gli investimenti dei big

Le transazioni hanno ancora una portata limitata. I circuiti alternativi a quelli bancari restano minoritari. Lo sono ancora di più i servizi di social payment, ancora ai primi vagiti. Anche nei casi dei servizi già operativi, poi, la tendenza è quella di privilegiare i trasferimenti di piccole somme, limitando così la portata complessiva delle transazioni.
 
I grandi gruppi hanno colto però un trend che potrebbe accelerare in poco tempo. E stanno prendendo posizione. Facebook consente, via Messenger, di trasferire denaro tramite TransferWise (una startup che si pone come alternativa ai money transfer). In sostanza, direttamente in chat e con il supporto di un bot, si può spedire denaro a livello internazionale, risparmiando sui costi di commissione. WhatsApp ha avviato, in India, le sperimentazioni per trasferire denaro tra contatti. La funzione è pensata per i Paesi in via di sviluppo, dove le infrastrutture digitali sono più sviluppate rispetto a quelle finanziarie. Ma l'utilizzo tornerebbe utile anche in Occidente.
 
A febbraio, AirBnB ha sborsato una sessantina di milioni di dollari per acquisire Tilt, una startup che permette di spartire le spese e trasferire denaro all'interno di un gruppo di persone. Anche PayPal, il primo circuito “nativo digitale” capace di competere con quelli tradizionali, ha messo gli occhi sul mobile payment: è sua la società Venmo, servizio peer-to-peer con un forte accento social.
 
Chi ci guadagna

L'approdo dei pagamenti sulle piattaforme social è (potenzialmente) un affare per tutti: i social network aprono un nuovo spazio che aumenta il tempo di permanenza degli utenti; le aziende e i circuiti di pagamento costruiscono un nuovo, gigantesco, canale di accesso. Incrociando social, pagamenti e e-commerce. Già dallo scorso anno, Facebook sta progressivamente aprendo Messenger al commercio digitale. Si può comunicare con le aziende, scegliere i prodotti (guidati da bot) e acquistare senza uscire dalla chat. Anche Twitter ha cercato la stessa strada, introducendo (già nel 2014) il tasto “buy” nei tweet sponsorizzati. Social payment e social commerce non sono la stessa cosa, ma è chiaro che uno sia legato all'altro. L'esperienza di acquisto non potrà essere soddisfacente senza un adeguato sistema di pagamento. Il motivo lo ha spiegato Patrick Collision, ceo di Stripe (una startup che si pone come circuito alternativo pensato per essere integrato facilmente con piattaforme terze): in sostanza, afferma Collision, il mobile disincentiva una navigazione fatta di finestre, pannelli e popup. Meglio un'esperienza che, dalla consultazione all'acquisto, si consumi nello stesso luogo. Meglio se social.     
 
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