Quale impatto hanno davvero sull’ambiente le nostre scelte green? Nell’articolo precedente abbiamo fatto chiarezza su alcune convinzioni sbagliate. Ora passiamo ai consumi. L’imperativo, per molti, è riciclare. Secondo un sondaggio del 2009 della Commissione europea, i consumatori considerano il riciclo come l’abitudine principe per proteggere e salvaguardare l’ambiente. Ma i fatti rivelano in realtà che ci sono cose più importanti. Come consumare di meno, ad esempio. E soprattutto scegliere bene quello che consumiamo, e con quali mezzi di trasporto ci muoviamo.

 
Bisogna sapere ad esempio che il riscaldamento e il raffreddamento delle nostre case sono le componenti più significative della cosiddetta “carbon footprint”, l’“impronta di carbonio”, cioè l’emissione di gas serra che ciascuno di noi produce con i propri comportamenti. Al di là del riciclo, le case sono infatti responsabili di circa il 14% del consumo globale di energia. Nel consumo energetico totale di un’abitazione, il riscaldamento copre il 41,5%, gli elettrodomestici e altri oggetti elettronici il 34,6%, gli impianti di riscaldamento dell’acqua del 17,7%, quelli dell’aria condizionata del 6,2%.
 
Ridurre l’uso di elettricità, isolare le abitazioni potrebbero quindi ridurre la nostra “carbon footprint” più di quanto facciamo riciclando quello che consumiamo. Insomma, l’equazione è semplice: essere “meno” consumatori potrebbe aiutare a salvare l’ambiente molto più che essere “più” riciclatori.
 
Partiamo dalla tv e dagli altri oggetti elettronici presenti nelle nostre case, ad esempio. Se è uno spreco lasciarli accesi per tutto il tempo, televisori e computer portatili moderni consumano poco quando si trovano in modalità “standby”. Ma i nuovi oggetti elettronici creano nuovi problemi. «Router e decodificatori il più delle volte sono in modalità stand by, anche se continuano a inviare comunque informazioni di background. Una casa smart e connessa avrà sempre più questi oggetti in casa, più che nel passato, con un grande spreco di energia», spiega Karsten Schishcke del Dipartimento di Ingegneria dell’Ambiente e della Sicurezza del Fraunhofer Institute di Berlino. Spegnerli del tutto, quando ad esempio ci spostiamo da casa per molto tempo, potrebbe essere una buona idea.
 
Sul fronte del consumo di cibo, invece, mangiare solo alimenti prodotti nel luogo in cui si vive non è sempre la scelta migliore. Dipende dalle stagioni. In alcuni casi il cibo importato, infatti, ha un impatto minore rispetto agli alimenti prodotti a chilometro zero. La maggior parte degli ortaggi, frutti e fiori che crescono nel Nord Europa sono prodotti in serre riscaldate e quindi alimentate con fonti fossili. Importare pomodori dalla Spagna, ad esempio, dove coltivare alcuni cibi non richiede riscaldamento aggiuntivo, può essere dieci volte più efficiente in termini energetici che produrli nelle serre di Paesi freddi.
 
Non solo. L’impatto ambientale di frutta e vegetali importati è molto minore rispetto all’inquinamento generato dalla produzione di carne. «Gli animali ruminanti, come mucche e pecore, hanno un impatto incredibile sulle emissioni globali», dice Chris Goodall, esperto di energie pulite. Il metano, uno dei principali gas serra, ha in realtà maggiori effetti dannosi del diossido di carbonio, e il 35% del metano nell’atmosfera è prodotto dai ruminanti. «Non è solo il metano della digestione dei ruminanti a preoccupare, ma l’impatto dei fertilizzanti che vengono prodotti per far crescere il grano con cui gli animali si nutrono e soprattutto le grandi quantità di terreno che questi animali occupano». Una cosa è certa, dunque: una dieta vegetale al momento è quella che ha il minore impatto sull’ambiente.
 
Nel prossimo articolo dei Megatrend parleremo di come la scelta dei trasporti può impattare sull'ambiente. La mobilità sostenibile è infatti uno dei temi di innovazione più importanti quando si parla di consumi "green".