Flessibilità e condivisione
L’indice di “replacement” elaborato dalla rivista Fortune su un campione di mille società mostra che il 75% delle aziende che erano leader di mercato nel 1973 lo erano ancora nel 1983. Ma se si guarda alla stessa indagine condotta tra il 2003 e il 2013, la percentuale crolla al 30 per cento. Dieci anni nei quali abbiamo camminato molto più velocemente che in altri periodi.

 
La domanda sorge spontanea: “Se foste l’amministratore delegato di una di queste aziende, vorreste avere un mutuo di trent’anni sulle vostre strutture produttive?”. La risposta, chiaramente, è no. La flessibilità, in questo momento storico, è il desiderio di tutti. Poter cambiare direzione in qualsiasi momento è un imperativo. Non a caso, si preferisce la condivisione al possesso. E la fortuna della sharing economy ne è la dimostrazione.
 
Flessibilità, secondo Claus Kjeldsen
«Si tende a noleggiare piuttosto che acquistare, e anche il mercato del lavoro è diventato flessibile», spiega Claus Kjeldsen, ceo del Copenhagen Institute for Future Studies. Anche perché, pur nell’ipotesi in cui un’azienda si renda conto della trasformazione in atto, non sempre è in grado di adattarsi. Certe volte il cambiamento è talmente radicale che semplicemente i player del settore non riescono a implementarlo.
 
«Prendiamo l’esempio di Nokia: loro monitoravano i competitor, ma la rivoluzione degli smartphone che li ha spazzati via è arrivata da Samsung ed Apple, che non erano nemmeno considerati concorrenti», dice Kjeldsen: «Le evoluzioni sono frutto di trasformazioni tecnologiche, cambiamenti nelle preferenze dei consumatori e nascita di nuovi competitor: è molto raro che chi riesce a rivoluzionare un’industria arrivi da quella stessa industria. Di solito arriva da fuori».