La proposta di Elon Musk è sul tavolo del Ceo di SolarCity da oltre un mese: 2,8 miliardi di dollari per fondere il colosso delle auto elettriche con uno dei maggiori produttori mondiali di pannelli solari. Toccherà ai consigli di amministrazione delle due aziende approvare questo scambio di azioni tra le due compagnie, ma Musk gioca in casa: l’amministratore delegato di SolarCity è Lyndon Rive, cugino dell’imprenditore sudafricano. La sua proposta valuta le azioni di SolarCity tra il 20% e il 30% in più di quanto valgono attualmente ed è convinto della bontà dell’operazione.

Il grande progetto: creare un ecosistema elettrico
Fonti rinnovabili che alimentano un ecosistema elettrico, con energia prodotta anche dal sole e immagazzinata dai pannelli. È questo il sogno imprenditoriale di Musk, che con i sistemi fotovoltaici di SolarCity riuscirebbe creare una rete indipendente ed autoalimentata. Un disegno futuristico nel quale entrano a far parte anche le automobili elettriche, le batterie Tesla, i caricatori domestici e industriali.
Se la proposta di fusione supererà la due diligence, i pannelli solari saranno a marchio Tesla. Un incentivo maggiore a supporto del lancio della prossima auto elettrica da 35mila dollari previsto per il 2017.
 
Le spine di Musk
Il mercato non ha dimostrato di apprezzare particolarmente questa proposta di fusione: il giorno successivo all’offerta Tesla ha ceduto il 12%, seppur a fronte di una crescita del 15% del titolo SolarCity. Ma perché l’idea non piace? I motivi sono diversi: secondo alcuni Tesla si sposterebbe troppo dal proprio core business, andrebbe a complicare il proprio processo produttivo e dovrebbe prevedere pesanti esborsi di cassa per avviare un progetto di integrazione di successo. Ma la verità, sussurrano gli analisti più concentrati sui freddi numeri, è un’altra: SolarCity è in una posizione dominante nel settore dei pannelli solari per l’edilizia residenziale, ma finora ha registrato 6,24 miliardi di dollari di passività. Insomma, è un leader in perdita.
 
Anche Tesla in questo momento non se la passa benissimo in realtà: ha sborsato 5 miliardi di dollari per costruire una nuova fabbrica in Nevada e non inizierà a trarne profitto prima di 5 anni. Inoltre, viene definita dal Wall Street Journal una società “Cash hungry”, affamata di liquidità, perché per ogni dollaro che guadagna spende 50 centesimi. Forse giudicarla “un’operazione illogica e assurda” come ha fatto la testata finanziaria americana può apparire esagerato, ma una cosa è certa: per portare a termine questa fusione servirà un grande lavoro e un po’ di fortuna. Ma d’altronde i progetti rivoluzionari possono andare in porto solo in questo modo.